Nota post-infornata 31 maggio 2017

Cari amici di Ladri di Biblioteche,

lasciamo maggio con una infornata letteraria. Dobbiamo gran parte di questa selezione all’impegno e al buon gusto dell’amico elle lomi, che già conoscete. E a lui devono andare i nostri sacrosanti ringraziamenti.

Fervono nel frattempo i preparativi per il progetto sul centenario della rivoluzione d’ottobre. Qualora vogliate contribuire con del materiale vi prego di lasciare un commento, non necessariamente in questo post..

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Flannery O’Connor – La vita che salvi può essere la tua

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Crescono anche in Europa, ad ogni traduzione, l’interesse e il consenso per l’opera di Flannery O’Connor, la scrittrice americana scomparsa nell’agosto 1964, a soli trentanove anni, nel pieno della maturità artistica. La scarna biografia di questa ragazza della Georgia, nata e vissuta nella campagna del Sud, condannata da un male inguaribile, rivela una prepotente vocazione, irrobustita da un paziente artigianato letterario. Con la stessa lucidità e lo stesso coraggio con cui affrontò la malattia, la O’Connor si ostinò a dare alla propria arte una cifra inconfondibile: aveva in uggia i luoghi comuni del « romanzo del Sud », si ribellava all’idea di essere catalogata come una « infelice combinazione di Poe e di Erskine Caldwell ». Il paesaggio delle sue storie era ancora quello « classico » delle campagne disabitate, delle piccole città, dei predicatori ambulanti, dei negri e dei « poveri bianchi » : ma veniva trasfigurato da un fervore religioso ai limiti dell’ossessione, percorso da squarci improvvisi di luce e tenebra, a simboleggiare lo scontro balenante del peccato e della grazia. Questo mondo primitivo e visionario Flannery O’Connor giunse a ricrearlo col massimo della concentrazione soprattutto nei racconti, come testimonia questo volume che li riunisce tutti (negli Stati Uniti, apparvero in due distinte raccolte, nel 1955 e nel 1965, col titolo di A Good Man Is Hard to Find e Everything that Rises Must Converge). Sono storie che si snodano in uno spazio angusto, spesso domestico, ma per questo non sono meno drammatiche e avvincenti. Vi si stagliano, inquietanti figure: ragazze presto deluse dalla vita, vagabondi imprevedibili, vecchi trasognati, bambini precoci e quasi vizzi, malinconici e intuitivi, cui spesso tocca il privilegio della verità. La O’Connor costruisce attraverso le loro vicende un universo morale al tempo stesso miserabile e grandioso: la realtà immota e disadorna è pervasa da un soffio di messianesimo esaltante, che trasforma povere creature in rilevate figure di profeti, li coinvolge nella colpa e nella redenzione, in un incalzare di moderne « parabole ».

Manuel Puig – Una frase, un rigo appena

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Molto letto e molto amato, in Italia oltre che nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, questo romanzo di Manuel Puig ritorna nella nuova traduzione di Angelo Morino, attenta nel restituirne colori e sfumature. Vi si racconta una storia popolata da personaggi prelevati dalla quotidianità di un paese della pampa argentina, sullo sfondo degli anni Trenta. C’è un impenitente vitellone di provincia segnato dal marchio fatale della tisi, il cui unico pregio è di essere bello come un divo del cinema, e ci sono le molte donne che — rapite dalla sua maschia avvenenza – gli si muovono intorno: la fidanzata, le amanti segrete, la madre, la sorella. Tutta un’umanità femminile che professa di credere nella vita organizzata secondo i più canonici modelli del romanzo rosa che si sforza per agire ricalcando suggestioni tratte dai più fascinosi film dell’epoca e dalle più appassionate canzoni dal ritmo di tango e di bolero, e che vuole chiudere gli occhi sulla povertà della propria esistenza costretta ai margini, lì dove nessun film, nessuna canzone può replicarsi fedelmente. Ed è così che il romanzo rosa finisce per rivelarsi un romanzo nero, perche: — a forza di rancori più o meno segreti, meschinità impietose, gelosie covate in silenzio, intrighi casalinghi – anche un delitto trova spazio per esplodere. Dimostrandosi abilissimo costruttore di intrecci senza immediata appariscenza, Manuel Puig articola la sua vicenda come se fosse un riflesso della realtà, fingendo di limitarsi a raccogliere scarti accumulati sul filo del vivere – lettere, album di fotografie, rapporti di polizia – e a riempire i vuoti fra gli uni e gli altri con descrizioni impassibili o con dialoghi registrati da un orecchio imperturbabile. In questo modo, ha posto sulla pagina un mondo che, se riproduce con esattezza quello della provincia argentina, rivela di possedere tratti che non c’è bisogno di varcare un oceano per trovare corrispondenze più vicine.

Nancy Mitford – L’amore in un clima freddo

Uno scintillante alone di glamour e di gossip ha sempre circondato le sei celeberrime sorelle Mitford, figlie del barone Redesdale, e Nancy, la maggiore in ogni senso, ne ha trasferito sulla pagina riverberi screziati di veleno. Questa micidiale comedy of manners, ambientata tra le due guerre, mette in scena gli impossibili Montdore, di ritorno da cinque anni in India dove il conte, ricchissimo, aristocraticissimo, congenitamente stolido come i suoi degni pari, era Viceré. La consorte, di una prosaicità adamantina, neanche fosse di origini borghesi o americane, sguazza nel bel mondo. E la figlia Polly, la debuttante più concupita dai giovani blasonati che affollano i balli della stagione, decide per capriccio di farsi impalmare dallo zio, Boy Dougdale, di lei molto più vecchio e da pochi giorni vedovo, maestro nell’arte del ricamo nonché per anni amante della madre. Diseredata ipso facto, si ritira con il marito a vivere “di stenti” in Sicilia. L’eredità passa così a uno spumeggiante cugino canadese, affermato gigolò per signori, e basteranno un paio di sue battute perché Lady Montdore, titillata nel suo organo vitale, la mondanità, si rituffi nel girone festaiolo. Dove finirà per tornare anche Polly, ormai tanto disincantata da reagire ridendo alle sue disgrazie: non per niente siamo in Arcadia, e mentre lei trova un consolatore, saranno ben altri scandali a scuotere tutta l’alta società.

Harry Mulisch – La scoperta del cielo

Olanda 1967: due giovani uomini – Onno Quist, pecora nera di una famiglia illustre e potente, e Max Delius, astronomo e infaticabile dongiovanni – si incontrano per caso, diventano amici inseparabili e si innamorano della stessa donna, Ada Brons. Da qui prende le mosse questo romanzo che parla di temi universali come l’amicizia, la fedeltà, il tradimento, le intricate relazioni fra genitori e figli, la morte.

Paul Collins – La follia di Banvard

Capita, nella vita di tutti, che qualcosa vada storto, magari proprio quando fortuna e gloria erano appena state assaporate, o sembravano a portata di mano. E, a volte, a determinare la differenza tra successo e fallimento è un capriccio di troppo. Se non avesse disseminato i suoi perfetti manoscritti «shakespeariani» – che i migliori esperti in circolazione prendevano rigorosamente per autentici – di firme frettolose, William Henry Ireland sarebbe passato alla storia come il più grande falsario mai esistito; se non avesse tentato un esperimento inutile, René Blondlot avrebbe scoperto, anziché i fantomatici raggi N (in realtà, un innocuo disturbo della visione periferica), i raggi X, e la sua ragguardevole reputazione sarebbe stata consacrata per sempre; e se si fosse accontentato di essere il paesaggista più ammirato del suo tempo (da Charles Dickens, su tutti gli altri) rinunciando a sfidare Barnum sul suo terreno, John Banvard non sarebbe, oggi, un pittore del tutto dimenticato. A tardivo risarcimento dei loro sogni infranti, i tredici personaggi ritratti in questa galleria di sconfitti hanno avuto la ventura di incontrare un biografo perfetto, Paul Collins – l’unico scrittore contemporaneo capace di trasformare un dagherrotipo svanito, la pubblicità di un rimedio taumaturgico o il brevetto di un’invenzione portentosa, ma assolutamente inutile, in altrettanti microromanzi ilari e sorprendenti.

Donatella Di Pietrantonio – L’Arminuta

«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza». – Ma la tua mamma qual è? – mi ha domandato scoraggiata. – Ne ho due. Una è tua madre. Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.