Anacleto Verrecchia – La tragedia di Nietzsche a Torino

coverIl soggiorno e la catastrofe di Nietzsche a Torino, ricostruiti attraverso un libro che si propone di sfatare la mitologia che avvolge la figura del filosofo tedesco mediante una ricognizione scrupolosa dei fatti.

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18 pensieri riguardo “Anacleto Verrecchia – La tragedia di Nietzsche a Torino

  1. per precisare, non ho nulla contro la documentazione ma l’autore è deleterio, forse lo riprenderò in mano tappandomi il naso per estrapolare la ricostruzione dei fatti. avevo iniziato a leggere pure la stufa….anche quello smesso per lo stesso motivo….mi pare di aver messo mano anche su quello di Vanni ma non ricordo bene…..

    1. Verrecchia può provocare questo tipo di reazioni. Ricordo che quando lessi per la prima volta questo libro lo scagliai lontano dopo averne letto poche pagine. (all’epoca avevo una infatuazione adolescenziale per nietzsche).

      1. Anch’io volevo buttare via il libro dopo le prime pagine. Stessa reazione con “Nietzsche e il nazismo” di Giorgio Penzo. Non credo sia questione di infatuazione. A Nietzsche si gira sempre intorno. Non lo si affronta mai direttamente.

      2. Hermann sei riuscito a leggerlo tutto? io trovo Verrecchia insopportabile….dice una marea di fesserie, interpretazione dei fatti del tutto personale e travisata, un demolire a tutti i costi la persona….se il sapere fosse Verrecchia preferirei l’ignoranza senza dubbio.

      3. @ illetterayo

        L’ho letto tutto. Ho ancora l’edizione Einaudi. L’approccio di Verrecchia alla figura di Nietzsche è irritante (senza contare che c’era già stata l’interpretazione di Heidegger a conferire spessore filosofico a Nietzsche). Comunque anche Jaspers ha preso le belle sue cantonate. Nietzsche sembra fatto apposta per sviare. O per non farsi prendere sul serio. Prova a leggere “Nietzsche e il nazismo” di Giorgio Penzo, che ho già ricordato. Senz’altro il terzo volume della “Vita” di Janz affronta l’argomento molto meglio di Verrecchia, cioè in modo scientifico.

      4. Grazie Hermann per i tuoi consigli, apprezzo molto, di Janz ho letto il primo ed in effetti avevo iniziato il terzo ma smesso perche preso troppo dalle opere di Nietzsche.

        Per quel poco che ho letto sugli interpreti di Nietzsche mi è piaciuto Deleuze e Karl Löwith – Nietzsche e l’eterno ritorno

        ma come dice Schopenauer:

        Invano dunque si cercherà la dottrina di Kant fuori dalle opere stesse di Kant: queste soltanto hanno esclusivamente il potere di insegnare, anche là dove lui sbaglia ed è manchevole. In virtù della sua originalità, vale per lui in sommo grado ciò che propriamente vale per tutti i veri filosofi, che soltanto cioè dai loro stessi scritti si impara a conoscerli, non già dai resoconti di altri; poiché i pensieri di quegli spiriti eccezionali non possono tollerare di essere filtrati da un cervello comune. Nati dietro a fronti ampie, alte, ben arcuate, sotto alle quali spunta la luce di occhi splendenti; una volta trasferiti nell’angusta dimora e sotto il basso tetto di crani stretti, compressi, dalle pareti spesse, dai quali occhieggiano sguardi ottusi, miranti a scopi personali, essi perdono ogni forza e vitalità, tanto da non sembrare più se stessi. Si può anzi affermare che questa specie di cervelli è simile a specchi ondulati, nei quali tutto è contorto e deforme, ha perduto la simmetria della propria bellezza e mostra un muso grottesco. I pensieri filosofici possono essere attinti solo dai loro stessi ideatori; perciò, chi si sente portato alla filosofia, deve cercare i suoi immortali maestri nel tranquillo santuario delle loro stesse opere.

      5. È vero: i filosofi vanno cercati nelle loro opere, non in quelle dei loro interpreti; ma è anche vero il contrario. Un classico (del pensiero o della letteratura) non deve esaursi in sé, ma deve essere aperto a interpretazioni sempre nuove, che ricreano l’autore. Un po’ come Borges diceva che un autore crea il suo lettore, ma che anche il lettore crea l’autore. Forse è anche il momento di pensare ad abbandonare il concetto di opera; Nietzsche lo ha sfiorato.
        Friedrich Engels ha detto una cosa molto importante: «Se “Il capitale” non fosse stato scritto da Marx, sarebbe stato scritto da un altro». La stessa cosa vale per la letteratura: se l’“Ulisse” non fosse stato scritto da Joyce, sarebbe stato scritto da un altro. È il meccanismo che crea ciò che noi definiamo “opere” a porre a un certo delle combinazioni inevitabili che funionano come grandi chiusure. In tutto questo l’autore è il dato contingente.
        Il concetto di autore può essere anche qualcosa di divertente con cui passare il tempo. Io abito a Genova (città che ho sempre detestato e invitato a detestare). Nietzsche ha abitato in salita delle Battistine all’epoca della “Gaia scienza” ed era entusiasta della città, così come Paul Rée. A volte cerco di immaginarmi cosa Nietzsche trovasse nel paesaggio che ho quasi sempre intorno.
        Un modo diverso di leggere Nietzsche è forse rappresentato da “Nietzsche e il circolo vizioso” di Klossowski. Heidegger ha fornito una definizione sull’eterno ritorno che vale sempre la pensa tenere presente: «Questo pensiero non si lascia né pensare “teoricamente” né applicare “praticamente”».

      6. vorrei replicare a tutto ma al momento:
        «Questo pensiero non si lascia né pensare “teoricamente” né applicare “praticamente”»

        Il cristianesimo non si lascia nè pensare “teoricamente” nè applicare “praticamente”
        ma a quanto pare ancora circola vigoroso…Papa francesco disse che se qualcuno gli insulta la madre gli dà un pugno in faccia…ma gesù non disse di porgere l’altra guancia…del resto il papa era un buttafuori…umano troppo umano.

      7. Non capisco il collegamento che fai. Heidegger vedeva la rottura rappresentata dal pensiero di Nietzsche e la sua novità anche nel fatto di sfuggire a categorie acquisite quali la possilità di spiegare, di identificare un oggetto di discorso, ecc. L’eterno ritorno diventa così un pensiero non antropomorfico e disantropomorfizzante per l’ente, che non si lascia spiegare in teoria né applicare in pratica. È la logica continuazione del tentativo di sfuggire alla dialettica e al discorso convenzionale. Nel periodo intorno alla “Nascita della tragedia”, per delineare il personaggio Socrate, Nietzsche aveva scritto: il plebeo si sforza di convincere con la ragione, l’aristocratico comanda. È sempre la stessa battaglia contro la ragione discorsiva che percorre tutta l’opera di Nietzsche.

    2. Probabilmente il tono virulento di quel libro è da mettere in relazione alla circostanza della battaglia culturale contro un certo niccianesimo italiano che si atteggiava in pose superomistiche, vero bersaglio di Verrecchia. infatti in altri suoi libri, non ultimo La stufa dell’anticristo, il tono con cui viene trattato Nietzsche è molto più sobrio.

      1. Non restringerei la questione all’Italia. Nietzsche crea sempre un certo imbarazzo, in qualunque parte del mondo venga letto. I suoi testi sono pieni di trabocchetti. Klossowski aveva intuito bene. Lacanianamente parlando: Nietzsche con Sade. Forse l’uno va letto tenendo d’occhio l’altro. È quello che non ha capito Pasolini (che infatti da Sade ha ottenuto solo una cagata). Heidegger ha introdotto per la prima volta Nietzsche nella storia della filosofia, eppure anche lì qualcosa manca. La Nietzsche-Renassaince non è andata tanto lontana. È come se non si volesse accettare quello su cui invece Nietzsche insiste lungo tutta la sua opera. Losurdo sfiora appena la questione ma evita con cura di approfondire. È un qualcosa che urta la nostra stessa definizione di civiltà. Eppure da Nietzsche non riusciamo a staccarci. La critica al Cristianesimo, in Nietzsche ricorrente fino alla fine, è basata su punti fondamentali: una civiltà deve poggiare su una casta di schiavi (mentre il Cristianesimo ha capeggiato la rivolta degli schiavi); una civiltà deve sopprimere ciò che egli definiva “i malriusciti” (quello che Nietzsche intendeva con “malriusciti” lo dice chiaramente: i preti e i socialisti, coloro che diffondono il germe dell’uguaglianza e della stancezza della vita), mentre il Cristianesimo condanna l’omicidio; il Cristianesimo deve infine essere combattuto in quanto ebraizzazione del mondo. Non riconoscendo questi elementi quali cardini del pensiero di Nietzsche, ma mettendoli da parte con sufficienza o ritenendoli un sintomo dell’imminente crollo psichico, il pensiero di Nietzsche diventa l’insieme descritto da Lukács con la formula “stracci di pensiero”. La questione è che la coerenza c’è, ma si ha paura di riconoscerla e di affrontarla in quanto tale. Così Nietzsche è ancora tutto da leggere (cioè da accettare).

  2. L’artista è, in fondo, solo il presupposto della sua opera, il grembo materno, il terreno, a seconda dei casi il fertilizzante e il concime su cui, da cui essa nasce – e di conseguenza, nella maggior parte dei casi, è qualcosa da dimenticare se si vuole godere dell’opera stessa.

    1. Proprio così … L’autore appartiene all’opera e non l’opera all’autore. Tuttavia, esorcizzati il demone della teoria – accantonato come idolo – e il demone della testualità assoluta – nei tempi recenti la centralità dell’autore pare tornata in auge, anche a scapito dell’enfasi che si era accordata al lettore.

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