Werner Kraft – Il garbuglio

Il garbuglio a cui accenna il titolo di questo romanzo è cosa che dovrebbe essere ben nota, perché il mondo vi è ancora avviluppato: una rete dove ogni parola vuol dire qualcosa di diverso da ciò che dichiara e dove l’equivoco è l’ordine. Werner Kraft, con un’intensa opera di concentrazione, lo ha rappresentato sotto forma di corrusca parabola romanzesca, cogliendolo per così dire alle sue scaturigini storiche, nella Parigi dei primi anni del nazismo, percorsa da esuli tedeschi la cui vita si svolge ormai in un clima di rovina, di vaticinio escatologico, di ironia blasfema, di resistenza disperante. L’ala spezzata dell’Angelo della Rivoluzione sfiora e sconvolge questi esseri nella misteriosa figura di Angela – e non si sa se questo contatto porti la condanna o la salvezza: ma è sempre lei che intravediamo fra le maglie di un fitto intrigo che è insieme poliziesco, onirico e mistificatorio. Ed è lei al centro del girotondo cerimoniale a cui partecipano i vari personaggi, tutti inconsapevolmente legati in una sorta di setta romantica, obbligati dalle leggi del garbuglio a scambiarsi di continuo segreti e malintesi, ad apparire ogni volta come messaggeri, indiscernibilmente falsi e veri, a ripercorrere ognuno i passi degli altri, senza mai la quiete di una sicurezza. L’Angelus Novus di Klee, il Walter Benjamin degli ultimi anni, la morte silenziosa di Karl Kraus, la dialettica dell’illuminismo, il richiamo di un marxismo teologico, la disfatta della lingua tedesca, la tragica relazione fra Ebrei e Germania – tutto ciò aleggia imprendibile e onnipresente in questo romanzo, che è fino a oggi l’unica testimonianza d’arte su quel peculiare clima, lugubre ed eminentemente simbolico.

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