August Strindberg – L’Olandese

L'Olandese

Dopo sette anni di navigazione senza meta su sconfi­nati “deserti d’acqua”, un nuovo naufragio riporta l’Olandese a terra. Perseguitato dalla condanna di un eterno errare per aver sfidato le Potenze, per aver voluto essere “più che uomo” nella sua ribellione al fato, torna fra gli uomini a cercare il riscatto nell’a­more di una donna fedele. Ma ben lontano dalla wagneriana esaltazione romantica della passione redentrice è quest’Olandese in cui Strindberg, irre­quieto mitizzatore di se stesso, proietta la propria ansia di riscatto. Amaro e disilluso, per sei volte fuggito spergiuro dalle sofferenze dei tradimenti su­biti, non è più pronto a “rinnovare questa buffonata dal finale tanto penoso”. Sa che solo un abbaglio può restituirgli “le illusioni e con esse il gusto della vita”. Eppure basta l’apparizione di Lilith per riaccendere in lui la speranza, il desiderio, la “somma follia” dell’amore. In lei, “immagine del Grande Cosmo”, riflesso “del Creatore nella sua creazione”, può tro­vare l’angelo della salvezza. E invece ripetitiva, senza scampo, eros ricompie la sua opera, non la sublima­zione delle contraddizioni umane nell’amore, ma il reciproco annientamento, l’irriducibile lotta fra uo­mo e donna, presi nel laccio dell’amore-odio, prigio­nieri dell’inganno di cercare nell’istante che fugge, in quell’“adesso” che “non è che irrealtà”, la compiu­tezza della felicità. Ancora una volta abbandonato, l’Olandese riparte, “desioso del mare”; ma è nel ricordo che lo strazio vissuto acquista significato, nel­la nuova consapevolezza che è nel dolore stesso la via dell’espiazione.

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