August Strindberg – Teatro naturalistico II.

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La Signorina Julie è l’opera più celebrata e perfetta di quel breve periodo, straordinariamente fecondo, 1886-1888, in cui Strindberg si avvicinò al naturalismo teatrale. In Predatori, Strindberg aveva dato voce a un antifemminismo stridente, che si opponeva al patto tacito fra il naturalismo e le buone cause, quale ancora valeva per Ibsen e Zola. Ma con la Signorina Julie la ricerca va molto più in là: ora è al centro della scena il miasma erotico stesso, che invade una notte di san Giovanni. Fra la «signorina» Julie e il domestico Jean si stabilisce una tensione sessuale intrecciata alla relazione servo-padrone. È una partita crudele di provocazioni, che finisce nell’orrore. Eros, rancore e sopraffazione sono qui le potenze di cui Strindberg registra le minime vibrazioni. E i personaggi stessi, più che figure autosufficienti, sono concrezioni psichiche che si scontrano, con effetti di stupefacente modernità, e spezzano dall’interno la cornice naturalistica. «Le mie anime (caratteri)» scrisse Strindberg nella prefazione alla Signorina Julie «sono mescolanze di stadi culturali passati e presenti, brani di libri e di giornali, pezzetti d’uomini, lembi di abiti da festa ridotti a stracci, così come le anime stesse sono rattoppate».

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