August Strindberg – Inferno Leggende Giacobbe lotta

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La presente edizione offre invece al lettore italiano, per la prima volta, Inferno nella sua integrità, e cioè come trilogia composta da Inferno I, Leggende e Giacobbe lotta.
Che cos’è l’Inferno di Strindberg? È, in primo luogo, quello che Swedenborg aveva descritto minutamente in tante sue opere e che ora Strindberg riconosce in ogni particolare attorno a sé, per le vie del Quartier Latin, come una lugubre messa in scena finalmente svelata. Ma non è solo questo: attore principale in una portentosa macchinazione, di cui resta sempre incerto chi sia l’autore, Strindberg ci appare qui al tempo stesso come l’alchimista delirante che in squallide stanze d’albergo trasforma il piombo in oro; come l’uomo dello ‘scetticismo illuminato’, che ha superato ogni illusione; come un lucidissimo ossesso per il quale ogni fatto è condannato a diventare segno; come il primo scrittore moderno che fa confluire fisiologia, psicologia e parapsicologia; come l’aruspice per cui ogni coincidenza è una ‘corrispondenza’. Queste contraddizioni si manifestano in una febbrile pulsazione della scrittura, in un continuo oscillare di intensità, che coinvolge il lettore con una violenza nuova alla letteratura. Questa violenza, di fatto, non è mai univoca: si viene a ogni passo sballottati fra il dramma cosmico e la farsa atrocemente buffa, tale è la sbalorditiva rapidità di Strindberg nel cambiare toni e registri, nel mescolare soprannaturale e quotidiano, nell’inoculare dubbi sull’esistenza di entrambi, nello strappare il riconoscimento dei loro sovrani poteri, nell’abbandonarsi al ‘demone dell’analogia’ senza mai giungere a un punto fermo. Oggi, come quando fu scritto, sul limitare di un secolo che vorrebbe essere blasé, il ‘romanzo occulto’ di Strindberg agisce come choc fulmineo, aprendo così la strada al lettore per penetrare nei suoi misteri comici, atroci, divini e demoniaci, e scoprire le tante rispondenze fra le sue tre parti, a trovare le quali molto aiuterà il lungo saggio di Luciano Codignola che accompagna questa edizione.

August Strindberg – Teatro naturalistico I

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Dopo il teatro simbolistico di Strindberg, rappresentato dal Teatro da camera e Verso Damasco, s’inizia con questo volume la pubblicazione del suo Teatro naturalistico, verso cui si è accesa in questi ultimi anni una particolare curiosità. Il padre e Creditori sono due testi fra i più importanti, e relativamente meno noti, di Strindberg. Appartengono entrambi agli anni 1886-1888, straordinariamente creativi per lui, gli stessi in cui fu scritta la celebre Signorina Julie e Predatori. È questo il periodo del massimo avvicinamento di Strindberg al teatro naturalistico: ma, anche questa volta, si tratta di una categoria letteraria che verrà in certo modo stravolta dall’autore, per farne qualcosa di inconfondibilmente suo. Il padre, che Nietzsche lesse «con profonda commozione e con eccezionale sorpresa», è un dramma che Strindberg dichiarava di aver scritto «con l’accetta e non con la penna», quadro di orrori domestici sconvolgente per intensità e chiaroveggenza; e qui, forse, Strindberg è riuscito a creare il più terribile fra i suoi personaggi femminili: una moglie borghese che, dietro le tranquille apparenze, è una vera «artista del crimine» e con poche, sottili perfidie riuscirà a far passare per pazzo il marito. Creditori è un «dramma a tre» fra due uomini e una donna: chiusi in una casa, smuovono i reciproci debiti e crediti psichici, svelando a poco a poco una storia di reciproci cannibalismi, a tratti – come tanto spesso nel miglior Strindberg – furiosamente comica e macabra, una di quelle storie in cui Strindberg è ineguagliato maestro.

August Strindberg – Teatro naturalistico II.

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La Signorina Julie è l’opera più celebrata e perfetta di quel breve periodo, straordinariamente fecondo, 1886-1888, in cui Strindberg si avvicinò al naturalismo teatrale. In Predatori, Strindberg aveva dato voce a un antifemminismo stridente, che si opponeva al patto tacito fra il naturalismo e le buone cause, quale ancora valeva per Ibsen e Zola. Ma con la Signorina Julie la ricerca va molto più in là: ora è al centro della scena il miasma erotico stesso, che invade una notte di san Giovanni. Fra la «signorina» Julie e il domestico Jean si stabilisce una tensione sessuale intrecciata alla relazione servo-padrone. È una partita crudele di provocazioni, che finisce nell’orrore. Eros, rancore e sopraffazione sono qui le potenze di cui Strindberg registra le minime vibrazioni. E i personaggi stessi, più che figure autosufficienti, sono concrezioni psichiche che si scontrano, con effetti di stupefacente modernità, e spezzano dall’interno la cornice naturalistica. «Le mie anime (caratteri)» scrisse Strindberg nella prefazione alla Signorina Julie «sono mescolanze di stadi culturali passati e presenti, brani di libri e di giornali, pezzetti d’uomini, lembi di abiti da festa ridotti a stracci, così come le anime stesse sono rattoppate».

August Strindberg – Le sale gotiche

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Le Sale Gotiche è il nome di un locale di Stoccolma, quello stesso, radicalmente ristrutturato, che in precedenza era denominato La Sala Rossa e nel quale era ambientato l’omonimo romanzo sociale e satirico scritto da Strindberg venticinque anni prima. La stessa ambientazione – ammodernata – è il palco su cui si muovono gli stessi personaggi, quantomeno a quelli sopravvissuti. I protagonisti sono i fratelli Borg, un tempo progressisti e attivi nelle battaglie per il rinnovamento, ma che ora sentono una forte insofferenza nei confronti del materialismo e del positivismo imperante. Inizia in questo modo una sorta di “come eravamo” che coinvolge in uno spietato raffronto persone e situazioni sociali e politiche.

August Strindberg – L’arringa di un pazzo

L'arringa di un pazzo

Due libri, nella seconda metà dell’Ottocento, hanno scoperchiato la pentola dei rapporti sessuali e sentimentali con una immediatezza inaudita: “La sonata a Kreutzer” di Tolstoj e “L’arringa di un pazzo” di Strindberg, cronaca surriscaldata, irta, lacerante dell’attrazione-repulsione fra un uomo, Strindberg stesso, e sua moglie Siri von Essen. È l’autore, del resto, ad affermare «Questo è un libro atroce» sin dalla prima riga della sua Prefazione, che concluderà chiedendo al lettore di essere lui a emettere la sentenza, una volta che avrà acquisito una esatta «conoscenza dei fatti» – quella che gli sarà fornita dalle pagine che seguiranno: una fervida arringa, appunto, che è insieme feroce atto di accusa e veemente autodifesa. I «fatti» esposti sono una esaltata passione amorosa, prima, e un inferno matrimoniale, poi, indagati e ricostruiti con ossessiva precisione, e con furibonda impudicizia. Questo libro, in cui il rapporto fra i sessi viene narrato e anatomizzato come una lotta a morte per la sopraffazione – e la cui prima edizione a stampa, per quanto edulcorata e smussata dal traduttore tedesco, subì un processo per oscenità –, non ha perso un grammo del suo carattere estremo, urtante, angosciosamente veritiero.

August Strindberg – La sala rossa

La sala rossa

In un pomeriggio di maggio, il giovane Arvid Falk osserva, da un’altura, Stoccolma ai suoi piedi e scaglia la sua sfida contro la città, febbrile di traffici, manovre militari, animata dall’esercito del proletariato. La sua esperienza e quella di tutta una generazione d’intellettuali s’incontrano fino a creare un’opera quasi corale, un affresco che sottolinea, con spregiudicata modernità, la dissoluzione dei sentimenti e delle certezze del mondo ottocentesco, il coagularsi delle spinte romantiche anarchiche, l’aprirsi delle prspettive dello scientismo, dello scetticismo e del nichilismo.

August Strindberg – L’Olandese

L'Olandese

Dopo sette anni di navigazione senza meta su sconfi­nati “deserti d’acqua”, un nuovo naufragio riporta l’Olandese a terra. Perseguitato dalla condanna di un eterno errare per aver sfidato le Potenze, per aver voluto essere “più che uomo” nella sua ribellione al fato, torna fra gli uomini a cercare il riscatto nell’a­more di una donna fedele. Ma ben lontano dalla wagneriana esaltazione romantica della passione redentrice è quest’Olandese in cui Strindberg, irre­quieto mitizzatore di se stesso, proietta la propria ansia di riscatto. Amaro e disilluso, per sei volte fuggito spergiuro dalle sofferenze dei tradimenti su­biti, non è più pronto a “rinnovare questa buffonata dal finale tanto penoso”. Sa che solo un abbaglio può restituirgli “le illusioni e con esse il gusto della vita”. Eppure basta l’apparizione di Lilith per riaccendere in lui la speranza, il desiderio, la “somma follia” dell’amore. In lei, “immagine del Grande Cosmo”, riflesso “del Creatore nella sua creazione”, può tro­vare l’angelo della salvezza. E invece ripetitiva, senza scampo, eros ricompie la sua opera, non la sublima­zione delle contraddizioni umane nell’amore, ma il reciproco annientamento, l’irriducibile lotta fra uo­mo e donna, presi nel laccio dell’amore-odio, prigio­nieri dell’inganno di cercare nell’istante che fugge, in quell’“adesso” che “non è che irrealtà”, la compiu­tezza della felicità. Ancora una volta abbandonato, l’Olandese riparte, “desioso del mare”; ma è nel ricordo che lo strazio vissuto acquista significato, nel­la nuova consapevolezza che è nel dolore stesso la via dell’espiazione.