Ennio Flaiano – Il gioco e il massacro

Il gioco e il massacro

Esattamente come in “Una e una notte” (1959), anche in questo libro del 1970 due racconti ? sono parole di Flaiano ? «Si riflettono l’uno nell’altro e si completano, ed è questo il fine che li unisce». Due racconti che parlano di singolari, amare metamor­fosi: quella di Lorenzo Adamante, arredatore e produttore cinematografico, una faccia che ricorda Humphrey Bogart negli ultimi anni, una invincibile vocazione alla battuta gelida e tagliente («Tutto quello che vuole è morire in odore di pubblicità» dice di uno scrittore vanitoso e con smanie mistiche), una diffusa fama di omosessualità che pare misteriosamente dissolversi nella relazione con An­na Bac. E quella di Liza Baldwin, la giovane ricca, bellissima, «certamente kennediana» eppure stanca e sull’orlo della nevrosi, con cui Giorgio Fabro, catapultato a New York per sviluppare il soggetto di un film, va a vivere: per scoprirla poi, con stupore, donna-cane. Il fatto è che, come i suppliziati di una volta, «chiusi in casse dalle quali sporgevano soltanto con la testa», Adamante e Liza si rispecchiano e ci raccontano, per ingannare il tormento, «le loro storie, sempre meno improbabili in una società dove la metamorfosi è una vita di ricambio, tra il gioco e il massacro».

Snorri Sturluson – Edda

Edda

«Vi fu un tempo remoto / in cui nulla era: / non sabbia né mare / né gelide onde. / Non c’era la terra / né la volta del cielo; / ma voragine immane / e non c’era erba». Nelle sale altissime del Walhalla, dal tetto coperto di scudi dorati, il re Gylfi, «uomo saggio ed esperto di magia», ascolta questa prima risposta alle sue appassionate domande: «Quale fu l’inizio? e come ebbe principio ogni cosa? e prima che c’era?». Sono i fondamentali interrogativi di ogni mitologia, che si riferisce sempre a un tempo originario e separato dalla durata comune: nell’Edda di Snorri a rispondere saranno gli stessi dèi nordici, mutevoli e ambigui, pronti al travestimento e all’inganno, perché la loro essenza è appunto di travestirsi continuamente nelle apparenze del mondo che li manifesta. E dietro la voce degli dèi ci parla quella di uno straordinario scrittore, in cui si riuniscono qualità che raramente hanno potuto trovarsi congiunte. Islandese, Snorri Sturluson visse dal 1178 al 1241, quando cadde assassinato, probabilmente per ragioni politiche. Era un grande erudito, paziente raccoglitore delle tradizioni storiche, letterarie e mitologiche del suo popolo, che poi si sarebbero riverberate per secoli nella nostra civiltà, fino a Wagner e a Tolkien. Ma Snorri era anche un grande narratore – tanto che in lui Borges ha visto, paradossalmente, il primo antenato di Flaubert – e un poeta esperto di tutti i prodigiosi segreti della poesia scaldica, e soprattutto era un uomo del mito – se così possiamo chiamare chi, nell’atto di rammemorare le origini, ne varia e amplifica le vicende, le intreccia e le separa, ne ripropone gli enigmi, infine le vive nella scrittura con un’intensità che lascia intravvedere come gli iniziati dovevano rivivere nei misteri le vicende degli dèi.

Franco Perrelli – Strindberg l’italiano

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Dalle prime timide menzioni del nome di August Strindberg sulla stampa in Italia, nel 1884, sino all’ultimissima regia di Luca Ronconi, a Spoleto, nel 2014: centotrent’anni di storia scenica (ma anche critica ed editoriale) del grande drammaturgo svedese che, fra cadute, eclissi e trionfi, ha diviso immancabilmente il nostro pubblico, i cronisti e gli studiosi, ponendo loro il problema della modernità nell’arte scenica e del ”fuoco”, creativo e anticonformista, di un genio esotico, non facile da avvicinare, ma decisamente affascinante. In primo piano, anche la potenza interpretativa di grandi attori come Zacconi; il vivace dibattito che coinvolge da Croce in poi germanisti e filosofi di vaglia; ampi squarci sulle vicende culturali italiane dal positivismo a Pasolini e sugli sviluppi del nostro teatro di regia, moderno e postmoderno. Insomma, la lenta, ma decisa ascesa di Strindberg al Pantheon italiano, che culmina negli anni Settanta-Ottanta; la sua stabilizzazione come essenziale riferimento teatrale e una sorpresa conclusiva: l’autore svedese da noi non è sta-to meno intensamente tradotto, rappresenta-to e vissuto che in Francia, dove pure s’è largamente giocata la partita della sua contro-versa fortuna continentale.

Max Nordau – Degenerazione

Degenerazione

Completamente “rimosso” dal mercato librario italiano, “Degenerazione” è un duro attacco contro la morale e l’arte degenerata così come espressa dalle classi dirigenti e dalla borghesia “moderna”. In anticipo su analisi psicologiche e pure sulle cronache dei giorni nostri, Nordau aveva intuito il disfacimento della piccola, media e alta borghesia a vantaggio della nuova religione emersa nel XX secolo: l’adorazione incondizionata e irriducibile dell’ego, l’edonismo come nuovo oppio dei popoli, l’ossessione di sé che tirannizza l’uomo occidentale. Sotto questa luce il lettore rimane sorpreso dagli sviluppi teorici di Nordau sull’avvenire che prefigura per i secoli futuri. Il polemista immagina dei club di suicidi, e in Giappone ne troviamo già alcuni. Immagina folli che sparano su passanti e colleghi, la crescita degli spacciatori di cocaina e morfina, i matrimoni tra omosessuali, il relativismo dei valori e delle condotte morali. Sconvolgente per chi lo legge alla luce della nostra epoca, quest’opera sul declino delll’occidente e delle sue creature ha conosciuto un immenso successo attraverso tutta l’Europa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Alberto Arbasino – Ritratti e immagini

Ritratti e immagini

Diffidare dei cartelli segnaletici: con Arbasino e` la prima regola da osservare, perche´ ciascuno di questi ritratti ‘si morula’ – direbbe Gadda – in infiniti altri ritratti, in altre imprevedibili storie. E` quel che succede, alla lettera A, con Harold Acton, che fa risorgere la Firenze soavemente cosmopolita tra le due guerre, un crocevia dove si muovono Bernard Berenson, Vernon Lee, Aldous Huxley, D.H. Lawrence, Ronald Firbank, Norman Douglas, Edith Sitwell. O, alla lettera N, con il figlio di Vita Sackville-West e Harold Nicolson, Nigel: qui verremo addirittura inghiottiti da un dramma – qualcosa di simile a «un delirio dei Fratelli Marx sull’Orient Express» – che sconvolge quattro coniugi, otto suoceri e «parecchie zie cattive», con innumerevoli traversate della Manica, «nelle due direzioni, e sempre con un tempo orribile». Ritratti doppi, insomma, e molto di piu`: scintillanti ‘trascritture’ di opere musicali e teatrali (non perdetevi il “Barbablù” di Be´la Barto´k, «un impotente che si diletta nel collezionismo di ninnoli Sadik e soprammobili Diabolik», ne´ la “Carmen” di Brook, dove Escamillo e` un barbiere lezioso con pronuncia «gotico-pizzaiola»), e di mirabolanti luoghi, come le residenze di Ludwig II di Baviera, che neppure un «tycoon americano degli anni favolosi» avrebbe saputo concepire. Senza contare gli ormai ‘mitici’ ritratti dal vivo (la cinese Ding Ling, ad esempio, a casa della quale c’e` un’aria «come fra Pupella Maggio e Paola Borboni»), le conversazioni ‘a` ba^tons rompus’, gli affondi critici che valgono un intero libro e le scorribande fra i ‘santini’ di una letteratura ahime` sfornita «di eros e di esprit e di senso della battuta»: Manzoni, Parini, Pascoli – e De Amicis, che ritroviamo a Costantinopoli, in un bagno turco, torturato da due mulatti: «Cioe`, praticamente, ecco Al Pacino nel film “Cruising”».

Il quarto passo del Cen(t)one

Cari amici,

Buon Natale a voi che seguite Ladri di Biblioteche. Durante le feste – perdonate la nota personale -, mi sento sempre un po’ triste e forse è per questo che oggi vi offro una bella infornata dominata da Cioran e Gomez Davila, due autori diversi ma accomunati dalla cifra del pessimismo. Insieme a loro l’outsider Benjamin Fondane, la cui triste vicenda biografica è legata a doppio filo a Cioran, e Mircea Eliade, visto però più sul piano biografico che teorico. Ringrazio chi mise gentilmente a disposizione i due pdf della sua autobiografia: a memoria direi emilio millepiani, ma non essendoci crediti nei file non posso esserne sicuro. A unire le biografie intellettuali di Cioran ed Eliade, tirando dentro anche Ionesco, ci pensa il libro di Alexandra Laignel-Lavastine. Completano l’infornata l’aforismario di Lichtenberg, che avevo promesso in passato, e L’uomo e la morte di Morin. Spero che rimarrete soddisfatti di cotanta ricchezza (perdonate l’immodestia).

Ci rivediamo il 31 con l’ultimo passo del Cen(t)one.

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Natjus