Mircea Eliade – Le promesse dell’equinozio. Memorie I 1907-1937

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Presentiamo qui al lettore italiano la prima parte dei «ricordi» eliadiani, il periodo di formazione intellettuale, vero e proprio «percorso iniziatico», in cui appaiono rivelazioni, tentazioni, «ossessioni» e costanti: l’immaginazione fantastica a un tempo rifugio spirituale e riserva di creatività, il rischio dell’enciclopedismo erudito e quello dell’abbandono al successo letterario raggiunto, l’educazione della volontà attraverso una disciplina autoimposta di ascesi della conoscenza, la lotta contro la minaccia annichilente del Tempo. (Dall’Introduzione)

Reiner Stach – Questo è Kafka? 99 reperti

Questo è Kafka?

Nel corso del lavoro per la sua monumentale biografia di Kafka, Reiner Stach ha isolato novantanove «reperti» che corrispondono ad altrettanti momenti ed episodi, testimoniati dallo scrittore stesso o da suoi amici e contemporanei. Tale mosaico ci mostra un Kafka poco conosciuto: frequentatore di casinò e bordelli, o di un collezionista di foto osé, o in ufficio in preda al fou rire di fronte al sussiegoso superiore, o fra gli appassionati di nuoto e d’aeroplani, o seduto in giostra in mezzo a ragazzine vocianti, ma anche abile falsificatore della firma altrui – si tratti di Thomas Mann o di una sedicenne vagheggiata a Weimar… Fra le sorprese che ci riserva il libro vi è la prima “Lettera al padre”, rivolta ancora ai «Cari genitori», e la piantina dell’appartamento in cui Gregor Samsa si risveglia trasformato in un insetto. Se esilarante è la pubblica lettura della “Colonia penale” in una galleria di Monaco, dove gli astanti cadono in deliquio o fuggono, incapaci di reggere quell’«odore di sangue», mentre Kafka prosegue imperterrito, commovente è la storia delle lettere che lo scrittore attribuisce a una bambola persa in un parco di Berlino, per consolare una bambina in lacrime. Lettere perdute per sempre. Conservato è invece l’appello a Kafka di un infelice messo alle strette dalla cugina che non comprende il senso della “Metamorfosi”.

Benjamin Fondane – Rimbaud la canaglia

Rimbaud la canaglia

Biografia filosofica e spietata resa dei conti esistenziale, questo libro racconta una rivolta assoluta: contro la morale, contro la logica della scienza e delle religioni, contro l’ordine cosmico e contro la morte. Arthur Rimbaud – il veggente e il poeta maledetto, il vagabondo e il mercante d’armi, l’anarchico e il convertito – è il campo di battaglia di forze inconciliabili, diviso tra il rifiuto della vita e la tentazione di annullarsi in essa. È la canaglia che paga con l’abiezione il proprio lucido e insaziabile desiderio. Il pensiero di Benjamin Fondane, poeta e allievo di Šestov, è tutt’uno con la densità e l’urgenza espressiva della sua scrittura. In accesa polemica con le interpretazioni surrealiste e cattoliche, lo scrittore accosta l’esperienza di Rimbaud a quella di Nietzsche, di Kierkegaard e, più ancora, di Dostoevskij e Pascal.

Lytton Strachey – Voltaire

Voltaire

Lytton Strachey fu un profondo conoscitore dell’opera e del pensiero di François-Marie Arouet, meglio noto come Voltaire, di cui lo affascinava la capacità di evadere dal «labirinto dei fatti pratici», per giungere a una comprensione filosofica dei fondamenti politici e religiosi del mondo. In particolar modo ammirò le Lettres philosophiques, la «lente» con la quale Voltaire riuscì a raccogliere gli sparsi raggi delle impressioni maturate nel corso del suo soggiorno inglese «in un sole di splendida e ardente intensità» che avrebbe illuminato l’Inghilterra – e il mondo – di tolleranza e curiosità intellettuale. Questo libro riunisce per la prima volta in un unico volume i testi dedicati al grande illuminista francese: Le tragedie di Voltaire (1905), Voltaire e l’Inghilterra (1913), Voltaire e Federico il Grande (1915), poi raccolti nel 1922 all’interno del volume Books and Characters. Se nel primo Strachey non esita a esercitare la sua ironia sui limiti del Voltaire drammaturgo, gli ultimi due saggi – scritti a ridosso della Prima Guerra Mondiale – volevano essere anche una via di fuga da un’atmosfera cupa e maligna, uno sguardo al passato per dimenticare le meschinità del presente e ritrovare la speranza.

Oreste Pivetta – Franco Basaglia il dottore dei matti

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A un trentennio dalla morte, la figura di Franco Basaglia, il suo lavoro e la famosa legge che ha portato alla chiusura dei manicomi, continuano a suscitare grande consenso, ma anche molte critiche. Il libro, racconto di una vita, cerca di ricondurre la vicenda di Basaglia – tra l’antifascismo, il dopoguerra, l’università e la direzione degli ospedali psichiatrici di Gorizia e Trieste – all’interno dei mutamenti epocali che coinvolsero la società e la cultura italiana nel tumultuoso ventennio 1960-1980 segnato dalle grandi lotte operaie e studentesche, ma anche dalle bombe stragiste e dal terrorismo, ventennio che si contraddistinse per una spinta riformista, mai più ritrovata. Tra Gorizia e Trieste, Basaglia realizzò, sperimentandola sul campo, una radicale riforma dell’istituto manicomiale, dopo aver denunciato l’orrore della segregazione e dei mezzi coercitivi utilizzati o dei cosiddetti sistemi di cura (come l’elettroshock). Una riforma ispirata non solo a principi di umanità, ma soprattutto al riconoscimento dei diritti del malato, della sua libertà, della sua appartenenza alla società civile, contro una condizione di emarginazione che escludeva qualsiasi possibilità terapeutica. Obiettivo di questo libro è riconnettere la figura di Basaglia alla cultura e alla politica dei suoi tempi, mostrando il valore della sua battaglia nel cammino d’emancipazione della società italiana, esaltando, allo stesso tempo, il suo carattere di intellettuale capace, di fronte alla crisi della sua disciplina, di misurarsi con la concretezza dei problemi, con un solo vincolo: il rispetto della dignità di ogni essere umano.