Gino Tellini – Leopardi

Leopardi

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle / e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude»: l’eco dei versi leopardiani ci accompagna dai banchi di scuola e talora può capitare di sorprendersi a risillabare suggestivi passaggi di liriche immortali, da A Silvia all’Infinito al Sabato del villaggio, patrimonio insostituibile di ogni persona di cultura, anche fuori d’Italia. Eppure, il reale profilo di Giacomo Leopardi (1798-1837) sfugge a ogni tentativo di facile definizione: poeta del pessimo e del dolore? Cantore della negazione e del vuoto esistenziale? La presente monografia – la prima pubblicata da molti anni a questa parte – risponde proprio all’esigenza di un ripensamento organico della figura leopardiana, alla luce degli apporti piú significativi degli ultimi studi in materia. Scrittore multiforme e asistematico, Giacomo trova la sua cifra piú caratterizzante in un’attività prodigiosamente prismatica, di cui Tellini segue con tocco elegante le molteplici manifestazioni, che poi ricompone in un quadro unitario: ecco allora il poeta degli idilli, delle canzoni e dei canti primi e secondi, che fu al contempo autore delle Operette morali e dello Zibaldone di pensieri – quindi prosatore e diarista –, e ancora filosofo, erudito, traduttore, filosofo… Esercizio difficile, eppure affascinante, che consente infine – afferrati i fili spesso contraddittorî e seguiti i percorsi per nulla lineari dell’officina leopardiana – di cogliere in profondo la preziosa identità del cristallo da cui irradiano tanti e diversi fasci di luce.

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Pier Vincenzo Mengaldo – Leopardi antiromantico

Leopardi antiromantico

Mengaldo torna a cimentarsi con Leopardi, poeta prediletto, anzi, come lui stesso scrive, «il maggiore, e di gran lunga, lirico italiano dell’età moderna». Avvalendosi di raffinate conoscenze di linguistica e stilistica, tocca alcuni aspetti complessivi della poetica leopardiana (uno fra tutti: il carattere «antiromantico» del suo percorso), le costanti della lingua e della metrica dei «Canti» (l’abbondanza, per esempio, di rime baciate), infine la natura profonda di tre testi fra i più significativi della raccolta: «La sera del dì di festa», «A Silvia» e «La quiete dopo la tempesta». Ne risulta un’indagine in cui ciascun dato testuale e formale rimanda costantemente ad altro: un pensiero fermo e originalissimo che pervade ogni singola lirica del poeta di Recanati.

Tommaso Landolfi – Gogol’ a Roma

cover0001Basta leggere che i versi giovanili di Rimbaud sono minati da «negligenza e goffaggine»; che per penetrare la grandezza di Tolstoj bisogna procedere oltre «quella cocciutaggine nel voler salvare la propria anima e se ne avanza l’altrui»; che l’Innominabile di Beckett, se può sembrare eccezionale ai profani, rischia di far «sorridere familiarmente lo psichiatra»; bastano insomma queste poche sequenze di apparente irriverenza blasfema per capire che non siamo di fronte a un critico di routine o a un cauto professore. Ci troviamo, infatti, in quella particolare regione della geografia letteraria composta dagli articoli di Tommaso Landolfi: quella regione, cioè, in cui lo scrittore più elusivo e idiosincratico del nostro Novecento rivela l’altra faccia del proprio understatement – nella radicalità tipica di chi si ostina a credere, dietro la maschera dell’ironia, «che la letteratura sia una cosa seria».

Giorgio Manganelli – Il rumore sottile della prosa

cover Giorgio Manganelli non fu solo un grande scrittore, ma un impareggiabile chiosatore di quel teatro dai gesti minimi che è l’attività del leggere e dello scrivere. Dopo averci dato, con “La letteratura come menzogna” (1967), una succinta teologia della letteratura, Manganelli andò scrivendo su temi affini, fra il 1966 e il 1990, una serie di articoli che finirono per configurarsi come un libro consequenziale e ramificato. Libro che l’autore non riuscì a pubblicare: ma, per nostra fortuna, rimane traccia fra le carte di Manganelli del progetto di articolazione formale che esso avrebbe dovuto avere. E tale traccia è stata puntualmente seguita. Forse questo libro andrebbe letto come una «lettera a un giovane prosatore» (intendendo per prosatore chi abbia un qualche orecchio per «il rumore sottile della prosa» e al tempo stesso, come ogni vero scrittore, sappia riconoscersi «eroicamente incompetente di letteratura»). Perché tutto il libro può essere considerato come una protratta risposta a un interrogativo «buffo e sconvolgente»: «perché scrivete?». E da quell’interrogativo, come in una proliferazione invincibile, rampollano miriadi di altri interrogativi, fino ad alcuni di suprema e quasi irrespirabile difficoltà – come quel «che cosa dunque ‘non è’ un racconto?» che qui trova una magistrale risposta. Ma non meno magistrale – e si starebbe per dire definitiva, se non fosse per quel lieve sorriso che la parola suscita in questioni di letteratura – la risposta a Primo Levi a proposito di un altro interrogativo, questa volta incresciosamente frequente, su che cosa sia e che cosa significhi lo «scrivere oscuro». Mentre seguiamo Manganelli in questi impervi e ingannevoli percorsi, incessantemente il nostro orecchio si educa al «rumore sottile» di una delle più belle prose italiane dei nostri tempi.

Stefano Zampieri – Alberto Savinio e la filosofia

cover Uno dei più originali protagonisti del Novecento, Alberto Savinio, è qui esplorato per la prima volta da una prospettiva di pratica filosofica, cioè con l’intento di mettere in luce un intero sistema di coordinate, un intero cosmo di valori e di prospettive, di possibilità e di errori. Si tratta allora di raccontare la realtà allargata, di far emergere il senso dell’arte dal cuore stesso dell’esistenza, di assumere lo sguardo del fanciullo, con il suo telescopio-microscopio, e di fare esperienza di quella superficialità che è leggerezza, al di là dei modelli, degli Déi, di ogni Verità Unica. Ciò che emerge è il sentimento giocoso e l’ironia con le quali l’artista assiste alla tragedia dell’infanzia, alla morte del borghese. E, ancora, Savinio ci fa osservare la vita nella realtà estesa, nel commercio quotidiano con la rete dei possibili, e con la morte che sporca ogni cosa. Ne esce una profonda e originale testimonianza del Novecento e delle sue incertezze, e il profilo di una esistenza vissuta filosoficamente, cioè con consapevolezza e con l’inesausto desiderio di capire, di interrogare, di mettere in questione. Ne esce, soprattutto, la traccia di un mondo nuovo, e quindi una serie di luoghi di riflessione irrinunciabili per noi tutti. Qui e ora.

Giuseppe Marcenaro – Fotografia come letteratura

coverAttraverso una serie di incursioni di grandi scrittori nel mondo della fotografia, l’autore individua una sotterranea lotta tra le due creatività: quella dell’artista che “impressiona” la pagina e quella, ben più misteriosa e complessa, della macchina fotografica che, duplicando il mondo, pretende di imporsi come una autentica forma alternativa alla scrittura. Il rapporto tra i letterati e la fotografia non è mai stato facile. E questo fin dal 1839, da quando, grazie all’invenzione di Daguerre, fu aggiunto un altro mistero al mondo. Con la sua libertà dall’umano, la fotografia reinventa la realtà, proprio come uno scrittore “evoca” uno scenario che si “vede” quale forma dell’immaginario del suo autore.

Consiglio a cura di Mitzicat