Dario Ippolito – Lo spirito del garantismo. Montesquieu e il diritto di punire

Lo spirito del garantismo

È un potere tragico, il potere di punire. Protegge, minacciando. Contiene la violenza attraverso l’uso della forza. È uno scudo potente; ma può ferire quanto le armi da cui difende. La sua fonte di legittimazione risiede nella tutela della vita, dell’integrità e della libertà delle persone; che, in assenza di proibizioni legali munite di sanzioni, resterebbero in balìa della legge del più forte. Eppure, esso invade la sfera di immunità che presidia: inquisendo, imputando, costringendo e condannando. È un potere necessario e terribile, il cui esercizio può sempre degenerare in forme oppressive. Per questo, occorre limitarlo e modellarlo attraverso il diritto, al fine di renderlo aderente agli scopi garantistici che ne costituiscono la ragion d’essere. «È dalla bontà delle leggi penali – scrisse Montesquieu, oltre due secoli e mezzo fa – che dipende principalmente la libertà del cittadino»: dalla configurazione della sfera dei reati, dalla composizione dell’arsenale delle pene, dall’organizzazione giurisdizionale e dalle regole del processo. Questa lezione politica ha lasciato una traccia profonda nella civiltà del diritto. Ha ispirato Beccaria, ha fecondato il dibattito illuministico, ha inciso sul processo di laicizzazione, umanizzazione e razionalizzazione del sistema penale. Rileggere l’Esprit des lois, in un’epoca di espansione del potere punitivo, può essere un utile esercizio di resistenza contro la propaganda dogmatica del securitarismo. Con la sua critica dei divieti esorbitanti, dei castighi sproporzionati, delle accuse inverificabili e dei giudizi arbitrari, Montesquieu ci avverte che le fondamenta dello Stato di diritto poggiano sul terreno del garantismo penale.

Annunci

Henning Ritter – Sventura lontana. Saggio sulla compassione

cover

Nel Papà Goriot di Balzac lo studente Rastignac chiede all’amico Bianchon, citando “un passo di Rousseau”, che cosa farebbe se potesse diventare ricco uccidendo un vecchio mandarino in Cina con la sola forza di volontà, senza allontanarsi da Parigi. Dietro l’apparente provocazione, la domanda cela uno dei nodi più inestricabili della morale di ogni tempo, e troverà due risposte antitetiche: se Bianchon afferma che non ne sarebbe capace, Rastignac ribatte che la vita, talvolta, porta necessariamente a passi estremi – ed enuncia così, una volta per tutte, la sua visione di arrivista désabusé. Ma invano il lettore cercherebbe nelle opere di Rousseau il passo in questione: la “parabola del mandarino”, che di lì in poi assunse un valore proverbiale, è infatti un’invenzione di Balzac, che dimostrò tuttavia grande acume letterario e filosofico nel riferirla a un pensatore e a un periodo in cui il dibattito sull’egoismo umano e sui suoi limiti era pervenuto a interrogativi capitali, cui facevano riscontro tesi opposte. Quel relativismo morale che sembra dar luogo a “un’etica della vicinanza e a un’etica della lontananza”, ingombrante tema di riflessione già a partire dall’epoca delle grandi scoperte geografiche che e delle grandi conquiste, diventava allora il terreno di un confronto filosofico destinato a protrarsi nel tempo, e oggi ben lungi dall’essersi concluso.

Jean Starobinski – L’invenzione della libertà 1700-1789

cover

In quest’opera Jean Starobinski offre una nuova lettura del “Secolo dei Lumi”, e la compie attraverso l’analisi puntuale dei rapporti tra gli eventi sociali e politici e le arti – soprattutto la pittura – che li celebrano, li raffigurano e talvolta li anticipano. L’Illuminismo, infatti, rifiutando la teologia della caduta e riabilitando la natura umana, ha conferito il primato ai dati della vita sensibile e del sentimento, conferendo così alle arti un nuovo significato e una nuova funzione, nel quadro della libertà ritrovata e del sogno di una società rigenerata che assicuri la felicità di tutti i cittadini. Starobinski traccia qui un affresco di questo secolo inimitabile, giocando su una trama documentaria, spaziando dalla pittura all’architettura, dal teatro alla musica, dall’estetica alla letteratura, e aprendo così una prospettiva innovatrice alla riflessione sul grande sogno collettivo della Rivoluzione del 1789, con le sue luci e le sue ombre. “Quest’arte” scrive Starobinski “che volle espellere l’ombra dal mondo raggiunge la sua piena grandezza in quegli artisti, come Mozart e Goya, che avvertirono in loro e attorno a loro il ritorno minaccioso dell’ombra”.

Robert Darnton – L’intellettuale clandestino. Il mondo dei libri nella Francia dell’Illuminismo

cover

In questo libro, tra i più noti di Robert Darnton, il mondo dei Lumi viene osservato da una prospettiva inconsueta: quella della vita precaria e oscura dei bohémiens, scrittori e philosophes ai margini del mondo letterario, perseguitati dalla fame (e spesso anche dalla polizia) e bersaglio del disprezzo degli stessi padri dell’Illuminismo, di Voltaire in primo luogo. A lungo celebrato, nei manuali e nelle storie letterarie otto-novecentesche, il paesaggio dei Lumi si spoglia qui di ogni patina ufficiale e mostra le ombre, a tratti crudeli, dell’esistenza di un ampio strato di aspiranti intellettuali, inurbati a Parigi dalla provincia con il miraggio di raggiungere uno «status» in sicura ascesa, quello dello scrittore, e ricacciati, per la stragrande maggioranza, nell’indigenza e nella disperazione. Stamperie clandestine, caffè malfamati, uffici giudiziari sono lo sfondo delle vicende di questi ambigui personaggi che ebbero comunque un peso non indifferente nella diffusione delle idee dell’Illuminismo tra gli strati popolari. Non a caso alcuni di loro, osteggiati e rinnegati dal mondo ufficiale delle Lettere, da Jean-Paul Marat a Jacques-Pierre Brissot, diverranno ideologi di spicco della Francia rivoluzionaria. A riprova di quanto i percorsi collettivi di vita, più che le singole opere, gettino luce sulla storia, spesso accidentata e tortuosa, delle idee e della cultura.

Mauro Lenci – La metamorfosi dell’antilluminismo. Aspetti ed itinerari del dibattito sui Lumi nella storia del pensiero politico

La metamorfosi dell'antilluminismo

Quali sono le radici dell’antilluminismo contemporaneo? Quali i sentieri, le strade che vi hanno condotto? Quali gli argomenti e i temi più ricorrenti e quali le trasformazioni cui sono stati sottoposti nei diversi contesti politico-intellettuali? Questo libro cerca di ripercorrere criticamente alcuni degli itinerari in cui si è articolato ilo dibattito sui lumi nella storia del pensiero politico moderno: dalla politica dei cattolici che iniziata con Bossuet è arrivata sino a MacIntyre, a quella del conservatorismo anglosassone che da Burke a Coleridge attraverso Eliot è giunta sino a John Gray; dalla critica di Herder e dal romanticismo tedesco sino al radicalismo aristocratico di Taine, Renan e Nietzsche;dal milieu culturale che ha preparato il fascismo, dominato dalla figura di Sorel, al pensiero differenzialista di De Benoist; dalla critica alla cultura di massa tra le due guerre, alla Dialettica dell’illuminismo di Adorno ed Horkeimer e all’antiumanesimo di Focault. In tutto questo peregrinare le idee illuministe mutano, cambiano sovente il campo di appartenenza, dalla destra alla sinistra politica e viceversa, sono sottoposte ad una metamorfosi, oppure cambiano solo di veste, a volte si intrecciano tra di loro o si fondono in una miscela esplosiva che può rivelarsi pericolosa per le sorti della modernità politica.

Eric Voegelin – Dall’illuminismo alla rivoluzione

Dall'illuminismo alla rivoluzione

Il volume che qui presentiamo in edizione italiana era parte di una storia delle idee politiche scritta da Voegelin negli anni Cinquanta, ma da lui lasciata inedita. Il manoscritto fu però visionato da John H. Hallowell, il quale ne estrapolò alcuni capitoli, «Crisis and apocalypse of man» e «Revolution and the new science», giudicandoli sostanzialmente autonomi dal resto dell’opera e di enorme importanza per la comprensione dei processi politici contemporanei. È cosí che nasce l’edizione del 1975 di «From Enlightenment to Revolution», analisi organica e puntuale di quegli aspetti del pensiero politico del settecento e dell’ottocento che, secondo Voegelin, rappresentano le premesse ideologiche all’affermazione delle ideologie totalitarie.