Mark Twain – In cerca di guai

In cerca di guai

Nel 1861 Mark Twain parte per il Far West al seguito del fratello Orion, nominato Segretario del Territorio del Nevada. Dopo ventun giorni di diligenza, in mezzo a paesaggi stupefacenti popolati di pistoleri, mormoni, pony express, indiani ante-beatificazione e resti di carovane, contagiato dalla febbre dell’argento si getta per un anno nella vita grama del cercatore, diventa milionario per una settimana e approda infine, per fame, a quelle corrispondenze per i giornali che gli daranno la celebrità. Questa è, in grezza telegrafia da terre di frontiera, la materia di “In cerca di guai”. Ed è come se Huckleberry Finn, finalmente e a malincuore cresciuto, avesse deciso di insediarsi nel Far West come nella terra a lui più affine: sufficientemente movimentata per offrirgli avventure e occasioni di attaccare briga, ma anche remota quanto basta per proteggere la sua inesausta inventiva di fanfarone. Come sempre candido e scaltro, trascinante umorista e infiammato fustigatore, Mark Twain irride ogni cosa, dal governo centrale ai coyote, e ci offre una sequenza di settantanove capitoli che sono ciascuno un piccolo romanzo, con la prodigalità di un giocatore di roulette che per una volta è uscito dalla bisca senza farsi ripulire. Ogni capitolo è una chiacchierata intorno al fuoco – e la somma di queste chiacchiere è un’epopea. Twain ride per sopravvivere, e far sopravvivere, in mezzo agli orrori e allo splendore del West. E alla fine ci consegna uno di quei rari libri che divertono in qualsiasi punto li si apra – e dove ancora circola, pungente, il profumo selvatico dell’America.

Henry James – L’altare dei morti

L'altare dei morti

«A poco a poco egli aveva preso l’abitudine di soffermarsi sui suoi morti ad uno ad uno, e piuttosto presto nella vita aveva cominciato a pensare che andasse fatto qualcosa per loro. E loro erano lì, accanto a lui, forti di quell’essenza semplificata, più intensa, di quell’assenza consapevole, di quella pazienza eloquente, così corporei e presenti che pareva avessero soltanto perduto l’uso della parola». In questo mirabile racconto riaffiora qualcosa che per l’umanità preistorica fu la prima evidenza e per noi è diventato un’eccentricità: il culto dei morti. Soltanto Henry James poteva toccare questo tema involgendolo in un viluppo romanzesco – e di una specie del romanzesco che sino a lui era sfuggita alla presa della letteratura.

E.L.Doctorow – La coscienza di Andrew

La coscienza di Andrew

Da un luogo sconosciuto e rivolgendosi a un interlocutore sconosciuto, Andrew parla, Andrew pensa, Andrew racconta la storia della sua vita. Dei suoi amori, delle tragedie che l’hanno portato nel posto dove si trova adesso e a quel punto decisivo della vita. E mentre Andrew si confessa, sollevando a uno a uno i veli della sua strana storia, anche il lettore inizia a dubitare delle proprie certezze. Sappiamo davvero cosa significa dire la verità? Quanto è ingannevole la nostra memoria? Cosa sappiamo del funzionamento del nostro cervello e della nostra mente? C’è una minacciosa teoria del destino e del carattere… Iniziamo a essere incerti su tutto quello che riguarda gli altri e noi stessi. Scritto con una precisione lirica e una profondità psicologica che fanno di E. L. Doctorow lo scrittore che è, questo romanzo rivoluzionario e pieno di sorprese diventa la voce stessa del nostro tempo – irriverente, inquisitoria, scettica e maliziosa. La mente di Andrew dà una curvatura sorprendente e singolare alla produzione di un autore da sempre caratterizzata dal potere straordinario di creare una sua personale rappresentazione del mondo.

E.L. Doctorow – La marcia

La marcia

Il 23 dicembre 1864 il generale William Tecumseh Sherman scriveva ad Abraham Lincoln una lettera in cui definiva la città di Savannah, in Georgia, il suo “regalo di Natale”. Mai Natale era stato più sanguinoso. La caduta di Savannah infatti era l’estremo frutto della campagna nota con il nome di “marcia al mare” iniziata da Atlanta, messa a ferro e fuoco nel novembre dello stesso anno. “La marcia” è il racconto di quelle sessanta miglia di violenza e di quei sessantamila veterani dell’Unione agli ordini di un uomo la cui tenacia spesso diventa crudeltà. Intorno alle operazioni militari Doctorow dipinge un affresco di una civiltà in fuga: schiavisti, schiavi, uomini, donne, ricchi e poveri, accomunati dalla furia di una guerra civile che cerca la sua epica e trova solo sangue e distruzione.

E.L. Doctorow – Homer & Langley

Homer & Langley

Ispirata a un famoso fatto di cronaca della New York del primo Novecento, la storia dei fratelli Homer e Langley Collyer assume i contorni del mito. Homer, il fratello cieco, e Langley, reduce della Grande Guerra e vittima dei gas, sono i giovani eredi di genitori benestanti falciati dall’influenza spagnola. Nel corso dei decenni trasformano il lussuoso palazzo avito in un delirante ricettacolo di ciarpame, nel quale vivranno come reclusi fino a morire sepolti sotto le tonnellate di oggetti e spazzatura da loro stessi accumulate. Questi personaggi tragici ed emblematici diventano, grazie all’inimitabile ritmo della scrittura di E.L. Doctorow, la metafora di un intero mondo e lo specchio di un lungo periodo della storia americana. Homer e Langley, benché rinchiusi nella loro folle utopia, saranno infatti testimoni di tutti gli avvenimenti fondamentali di quegli anni, dalle guerre ai movimenti politici, ai progressi della tecnologia. Il romanzo è popolato da una serie di personaggi indimenticabili: servitori, immigrati, gangster, musicisti jazz, hippies.

William Faulkner – L’urlo e il furore

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Il 1929, passato alla storia come l’anno del crollo di Wall Street che segnò l’inizio della Grande Depressione, è un anno fondamentale anche per la letteratura americana. Escono infatti “Addio alle armi” di Hemingway e “L’urlo e il furore” di Faulkner, una coincidenza che avvicina i libri, diversissimi tra loro, di due amici. Faulkner dà voce barocca a tutte le ossessioni e i fanatismi di quel Sud di cui pativa l’interminabile decadenza, incominciata con la sconfitta nella guerra civile. La mitica contea di Oxford diventa il teatro di un insanabile conflitto tra bianchi e neri, bene e male, passato e presente. Il romanzo è un complesso poema sinfonico in 4 tempi, che scandiscono le sventure di una famiglia del profondo Sud.

William Faulkner – Luce d’agosto

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«Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi ma dall’età classica». Così William Faulkner spiegò il titolo del suo settimo romanzo, uscito nel 1932 e subito acclamato come un capolavoro. Ed è tra i riverberi di quella luce implacabile che si consumano le vicende di una folta schiera di personaggi: una ragazza incinta, armata solo di una «riserva di paziente e tenace lealtà», che si avventura dall’Alabama al Mississippi alla ricerca del padre di suo figlio; un uomo solitario dallo strano nome, Joe Christmas, «con un’inclinazione arrogante e sinistra sul viso immobile», che l’isteria razziale del Sud getta nell’abisso tormentoso del dubbio circa il proprio sangue; un reverendo presbiteriano ripudiato dalla sua Chiesa per l’antico scandalo della moglie adultera e suicida; e, circondati da neri invisibili, gli sceriffi, i taglialegna, i predicatori, le donne dal volto di pietra, chi «definitivamente dannato», chi alla ricerca disperata di una chimerica catarsi. E quando nella comunità di Jefferson si sparge la voce di un brutale omicidio, tutti i suoi membri vengono risucchiati in una spirale vertiginosa – così come vertiginosa è la prosa di Faulkner, alla quale, pur allarmati, non riusciamo a sfuggire, esposti fino all’ultimo a un Male subdolo e irrimediabile.