Manuel Puig – Una frase, un rigo appena

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Molto letto e molto amato, in Italia oltre che nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, questo romanzo di Manuel Puig ritorna nella nuova traduzione di Angelo Morino, attenta nel restituirne colori e sfumature. Vi si racconta una storia popolata da personaggi prelevati dalla quotidianità di un paese della pampa argentina, sullo sfondo degli anni Trenta. C’è un impenitente vitellone di provincia segnato dal marchio fatale della tisi, il cui unico pregio è di essere bello come un divo del cinema, e ci sono le molte donne che — rapite dalla sua maschia avvenenza – gli si muovono intorno: la fidanzata, le amanti segrete, la madre, la sorella. Tutta un’umanità femminile che professa di credere nella vita organizzata secondo i più canonici modelli del romanzo rosa che si sforza per agire ricalcando suggestioni tratte dai più fascinosi film dell’epoca e dalle più appassionate canzoni dal ritmo di tango e di bolero, e che vuole chiudere gli occhi sulla povertà della propria esistenza costretta ai margini, lì dove nessun film, nessuna canzone può replicarsi fedelmente. Ed è così che il romanzo rosa finisce per rivelarsi un romanzo nero, perche: — a forza di rancori più o meno segreti, meschinità impietose, gelosie covate in silenzio, intrighi casalinghi – anche un delitto trova spazio per esplodere. Dimostrandosi abilissimo costruttore di intrecci senza immediata appariscenza, Manuel Puig articola la sua vicenda come se fosse un riflesso della realtà, fingendo di limitarsi a raccogliere scarti accumulati sul filo del vivere – lettere, album di fotografie, rapporti di polizia – e a riempire i vuoti fra gli uni e gli altri con descrizioni impassibili o con dialoghi registrati da un orecchio imperturbabile. In questo modo, ha posto sulla pagina un mondo che, se riproduce con esattezza quello della provincia argentina, rivela di possedere tratti che non c’è bisogno di varcare un oceano per trovare corrispondenze più vicine.

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Macedonio Fernández – Museo del romanzo della Eterna (primo romanzo bello)

coverMacedonio Fernández (Buenos Aires 1874-1952) è stato riconosciuto solo di recente maestro delle avanguardie e di coloro che in America Latina si occupano di letteratura fantastica e di indagine metafisica. Autore trasgressivo per eccellenza, con i suoi scritti, con le sue conversazioni e con la sua vita propone la disintegrazione delle lettere contemporanee: generi, autori, lettori. Poeta, romanziere, metafisico, umorista, Macedonio, che mai si preoccupò di raccogliere e ordinare i suoi scritti, pubblicò in vita i libri No todo es vigilia la de los ojos abiertos (1928), Papeles de Recienvenido (1929), Una novela que comienza (1941). Protagonista dell’«Ultraísmo», compagno di viaggio di Borges, Güiraldes, Marechal e dei migliori scrittori e artisti argentini della prima metà del secolo, fu collaboratore delle più importanti riviste e giornali dell’epoca. Solo a partire dagli anni ’70 la sua opera comincia a essere pubblicata e diffusa in Argentina e all’estero

Grazie a Flextime.

Jorge Luis Borges – Prologhi. Con un prologo ai prologhi

cover0001Per tutta la vita Borges ha accompagnato la sua attività di scrittore con quella di critico, o meglio: di appassionato promotore degli scrittori che amava, non di rado ignoti ai suoi compatrioti. E ha esercitato questa attività attraverso i suoi interventi sui periodici, le traduzioni (da Virginia Woolf, Gide, Kafka, Faulkner), le antologie, e soprattutto i prologhi, che questo volume raccoglie.

Jorge Luis Borges – La misura della mia speranza

coverL’opera apparve a Buenos Aires nel 1926, secondo libro di saggi dopo “Inquisizioni” (1925), e insieme a quest’ultimo e all'”Idioma degli argentini” (1928) fu ripudiato, tornando ufficialmente in circolazione solo dopo la morte del suo autore. Basta leggere l’ardente proclama con cui prende avvio per rendersi conto delle ragioni di quell’abiura: “Ormai Buenos Aires, più che una città, è un Paese e occorre trovare la poesia e la musica e la pittura e la religione e la metafisica adatte alla sua grandezza”. Libro delle furie, dunque, tracotante di audacia e di speranza, l’opera regola i conti con la coeva cultura argentina (“La nostra realtà vitale è grandiosa e la nostra realtà pensata miserabile”), attacca spavaldamente la pigra immobilità della lingua letteraria e l’ingannevole prestigio delle parole che compongono i versi, celebra la pampa e il sobborgo (“li sento aprirsi come ferite e mi dolgono allo stesso modo”).

Consiglio ispirato da Flextime.

Jorge Luis Borges – La rosa profonda. Testo spagnolo a fronte

coverNell’ottobre del 1973, per esprimere il suo dissenso nei confronti di Perón, appena tornato al potere, Borges abbandona l’incarico di direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires; contemporaneamente le condizioni di salute di sua madre, Leonor, cominciano a declinare in maniera inesorabile: morirà nel 1975, dopo una lunga agonia. Precisamente a questo arco temporale appartengono i testi poetici radunati in “La rosa profonda”, sui quali, non a caso, il senso della fatalità e di un destino “di brevi gioie e lunghe sofferenze” – strumento di un Altro imperscrutabile – sembra gettare un’ombra lunga.

Grazie a Filosofia in ita per aver ispirato questa release.

Jorge Luis Borges – Storia universale dell’infamia

coverSimile a un enciclopedista cinese, Borges volle accostare una sequenza di destini tenebrosi come altrettanti «esercizi di prosa narrativa». Il tono è quello, impassibile, di chi intende «raccontare con lo stesso scrupolo le esistenze degli uomini, siano stati divini, mediocri o criminali», e ritrovarle tutte in una pura «superficie di immagini». Ma chi cercasse in questi ritratti dati certi e attendibili si ingannerebbe. Ispiratore occulto è qui Marcel Schwob, che nelle sue “Vite immaginarie” inventava le biografie di uomini «che erano realmente esistiti ma di cui non si sapeva pressoché nulla». Procedimento che in Borges si inverte: «leggevo la vita di un personaggio conosciuto e la deformavo e falsificavo deliberatamente secondo la mia fantasia». Comune a Schwob e a Borges rimane una certa scansione della frase, che «dà un’impressione di ironia per il naturale contrasto che si crea tra un fatto che ci sembra meraviglioso o abominevole e la brevità sdegnosa di un racconto». Con la sua usuale sprezzatura, Borges definì una volta queste storie «l’irresponsabile gioco di un timido». Di fatto erano il primo gioiello di una nuova specie di letteratura.

Juan Rodolfo Wilcock – Il caos

coverUn ometto deforme e potente, con un occhio solo e le gambe contorte dalla poliomielite, che riesce a trasformare la vita di una città in una “festa permanente”, in cui ciascuno recita la parte che più gli si addice; due nani pelosi che per vendicarsi di un ragazzo colpevole di avere turbato la loro tranquilla vita familiare, gli infliggono le più orribili torture con un saldatore e un apriscatole; un prigioniero di un campo di concentramento, il quale legato a una catena deve raccogliere ogni sera le immondizie di una spiaggia di moda; un giovane zoppo che viene bruciato in piazza dalle stesse autorità per divertire un popolo avido di dittatori; un’isola che sprofonda lentamente nel Pacifico, una bella ragazza che però si sgretola quando fa all’amore, un’invasione di grossi vermi sotterranei; questi sono gli argomenti trattati dalla maligna immaginazione di Wilcock in questi racconti che un critico ha definiti crudeli ma che riescono tuttavia a superare l’intrinseco orrore a forza di poesia, di comprensione umana, di felicità verbale e di trascendente umorismo

Consiglio ispirato da flextime.