Giorgio De Chirico – Ebdomero

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Ebdòmero, originariamente scritto in francese da Giorgio de Chirico (1888-1978) e pubblicato a Parigi nel 1929, venne subito accolto dalla critica come uno dei romanzi capitali della letteratura surrealista. Va inoltre detto che Ebdòmero è un documento fondamentale per meglio comprendere la rivoluzione artistica che De Chirico operò in quegli anni con la sua pittura metafisica. “ La favola di Ebdòmero” scrive Giorgio Manganelli nella presentazione all’edizione italiana, riscritta dallo stesso De Chirico, che qui presentiamo, “ si stende come un labirinto proliferante, un edificio capace di riprodursi, di progettare nuove ali, quartieri. Un edificio, uno spazio, una città metafisica, un tempio accuratamente, fastosamente sconsacrato. Il racconto non procede di avvenimento in avvenimento, ma trascorre da un’immagine, da una parola, da una analogia a un’altra. La singolarità di questo procedere sta nella sua distanza sia dal sogno sia dalmonologo interiore, non coinvolge il lettore, ma lo seduce con uno spettacolo di immagini che sanno di allucinazione e di sogno, di vaneggiante angoscia e di frigida invenzione retorica”

Corrado Alvaro – L’età breve

Prima e più compiuta tappa della trilogia delle Memorie del mondo sommerso, questo romanzo segna il passaggio di Alvaro da scrittore “regionale” a scrittore di ben più ampia rilevanza. Nella vicenda di Rinaldo Diacono, ragazzo calabrese espulso dal collegio per aver scritto deliranti storie d’amore a una giovanissima e ripreso in famiglia a condizione di tener nascosta l’infamante interruzione degli studi, Alvaro mette in luce il falso moralismo, la mistificazione, il culto dell’apparenza di certa società meridionale.

Giovanni Papini – Un uomo finito

Un uomo finito

Un’infanzia solitaria e pensosa; un’adolescenza di sogni tormentosi, illuminata dalle letture; e una giovinezza rivoluzionaria, tra battaglie, giornali, illusioni e disillusioni. Un uomo finito (1913) è il romanzo-autobiografia intellettuale nel quale Papini racconta i primi trent’anni di vita di un giovane «nato con la malattia della grandezza». Affascinato da Bergson e dal titanismo di Nietzsche, lo spirito inquieto e geniale dell’autore, alla perenne ricerca della verità, rivive in un racconto sincero animato da una prosa ricca e brillante, con accenti di profonda poesia. Un’opera imprescindibile per cogliere la temperatura ideale, l’entusiasmo e la delusione della generazione di intellettuali che inaugura il Novecento.

Ennio Flaiano – Diario notturno

Diario notturno

Nessun libro come il “Diario notturno” (1956) riesce a contenere in sé – finemente distillata nella sostanza e nella forma – l’intera opera di Ennio Flaiano. Vi ritroviamo infatti tutti i costituenti primari del suo modo di essere, psicologico e letterario: il pessimismo lucido e dolente; la coscienza del nulla vissuta attraverso la quotidiana consunzione dei volti, dei luoghi, dei ricordi; la percettività del moralista di scuola francese, perso in un Paese che si preoccupa di tutt’altro. E vi ritroviamo tutte le forme che Flaiano prediligeva: il racconto ingegnoso e fulminante, l’apologo ora amaro ora grottesco, il taccuino di viaggio che intaglia immagini icastiche, il dialogo corrosivo e sarcastico, l’aforisma che non si lascia dimenticare.

Ennio Flaiano – Il gioco e il massacro

Il gioco e il massacro

Esattamente come in “Una e una notte” (1959), anche in questo libro del 1970 due racconti ? sono parole di Flaiano ? «Si riflettono l’uno nell’altro e si completano, ed è questo il fine che li unisce». Due racconti che parlano di singolari, amare metamor­fosi: quella di Lorenzo Adamante, arredatore e produttore cinematografico, una faccia che ricorda Humphrey Bogart negli ultimi anni, una invincibile vocazione alla battuta gelida e tagliente («Tutto quello che vuole è morire in odore di pubblicità» dice di uno scrittore vanitoso e con smanie mistiche), una diffusa fama di omosessualità che pare misteriosamente dissolversi nella relazione con An­na Bac. E quella di Liza Baldwin, la giovane ricca, bellissima, «certamente kennediana» eppure stanca e sull’orlo della nevrosi, con cui Giorgio Fabro, catapultato a New York per sviluppare il soggetto di un film, va a vivere: per scoprirla poi, con stupore, donna-cane. Il fatto è che, come i suppliziati di una volta, «chiusi in casse dalle quali sporgevano soltanto con la testa», Adamante e Liza si rispecchiano e ci raccontano, per ingannare il tormento, «le loro storie, sempre meno improbabili in una società dove la metamorfosi è una vita di ricambio, tra il gioco e il massacro».