Stanislaw Lem – La voce del padrone

La Voce del Padrone

Prima che Stanislaw Lem scrivesse i suoi capolavori, l’immaginario fantascientifico era ostaggio dei propri deperibili eccessi, ossia di congegni mirabolanti, di abissi siderali sempre minacciosi, di astruserie pseudomatematiche: un armamentario godibile, ma spinto a rapida obsolescenza dall’innovazione tecnologica e dalla scienza vera, non fantasticata. Lem invece ha saputo costruire perfette macchine narrative che non invecchiano, consegnando la fantascienza alla grande letteratura. Pubblicato nel 1968 e finora inedito in Italia, La Voce del Padrone non cade nelle trappole dello spirito del tempo, anzi risulta ancora più avvincente oggi, a distanza di decenni da quel sentore di guerra fredda che allora rischiava di ipotecarne la lettura. Certo, anche qui tutto è innescato dal mistero di un messaggio venuto dallo spazio, come in un romanzo di genere, ma l’oggetto è l’immane scenario che si allestisce nel tentativo di decifrarlo. Vi hanno parte il potere politico e le gerarchie militari, ingerenti e depistanti, e una ridda di scienziati divisi da rivalità personali, congetture, stili di ricerca, presupposti morali. Niente di più romanzesco del fuoco d’artificio intellettuale e del corpo a corpo che li impegnano per due anni in pieno deserto, raccontati attraverso il diario di uno di loro. Laggiù si consumano i drammi della scienza incarnata, si rifà all’inverso il cammino che l’ha separata dal mito, e soprattutto si commettono sapientissimi errori. Si tratti di una musica delle sfere celesti o della voce neutrinica di un cosmo morente, di una sciarada non destinata agli umani o dei derivati del metabolismo planetario, la «lettera dalle stelle» mette alla prova i protocolli della nostra civiltà, i soli che interessino davvero a Lem e ai suoi lettori. Se tanti hanno scoperto con Solaris il potenziale letterario della fantascienza, ne riconosceranno in questo libro gli incanti più sottili e vertiginosi.

Czeslaw Milosz – La mente prigioniera

«Questo libro fu scritto a Parigi nel 1951-1952, cioè in un periodo in cui gli intellettuali francesi, nella loro maggioranza, risentivano la dipendenza del loro Paese dall’aiuto americano e riponevano le loro speranze in un mondo nuovo all’Est, governato da un leader di incomparabile saggezza e virtù – Stalin». Così Miłosz, con delicato sarcasmo, ha descritto, nella premessa all’edizione italiana, la situazione in cui nacque e apparve per la prima volta La mente prigioniera (1953). Ma al lettore spetta di riconoscere che cosa è questo libro oggi: il libro che una volta per tutte, prima che il dissenso russo potesse manifestarsi, prima di Solženicyn, di Sinjavskij, di Zinov’ev, disse ciò che di essenziale vi è da dire sul sovietismo – e in particolare su quel colossale fenomeno di viltà dello spirito e cronico asservimento che ha contrassegnato il rapporto di milioni di intellettuali con il sovietismo stesso. A differenza di tanti dissidenti russi, Miłosz parla con una terribile pacatezza: troppo cupa è la vicenda che ha vissuto perché la sua voce possa alterarsi. Ed è la voce, lo si sente a ogni pagina, di un grande scrittore, di un abitante di quella vecchia, civilissima Europa dei popoli baltici, che furono «calpestati dall’elefante della Storia» senza che l’Occidente quasi se ne accorgesse. Questo libro non è un saggio, non è un racconto, non è un libro di memorie: è la dimostrazione inconfutabile, trasparente, di che cosa voglia dire nella vita di ogni giorno, per un numero sterminato di persone, l’obbedienza al Metodo, nome che qui designa il marxismo-leninismo, quella singolare dottrina che è «in grado di trasmettere per via organica una ‘visione del mondo’», come le pillole di Murti-Bing immaginate dal genio visionario di Witkiewics. Se fosse una qualsiasi posizione filosofica, tale dottrina sarebbe di una pochezza difficilmente uguagliabile. Ma esso è ben di più: un grandioso artificio che riesce davvero a «cambiare la vita»: il Metodo, una volta che stringe un mondo con le «tenaglie della dialettica», permette a chiunque di sorridere con superiore indulgenza di fronte a qualsiasi pensiero, invita dolcemente a sorvegliare e denunciare gli altri, insegna inebrianti misture di vero e di falso, concede la gioia di sentirsi al centro della corrente della storia e offre strumenti maneggevoli per far fuori i propri nemici. Alle devastazioni che il Metodo provoca nei singoli, alle prodigiose trasformazioni che esso produce nelle loro vite è dedicata la seconda parte del libro di Miłosz: qui egli traccia una sequenza di profili esemplari, carichi di intensità romanzesca – e costringe ogni lettore a percepire che cosa sia stata, in tutti i suoi passaggi, la sorte crudele di chi ha visto susseguirsi, sulla propria terra, il furioso orrore dei nazisti e la vischiosa oppressione dei sovietici. La rivolta di Varsavia, con i nazisti che uccidono e i sovietici che osservano compiaciuti dall’altra sponda della Vistola, è in certo modo l’esperienza simbolica di tutto il nostro secolo. Miłosz, che a essa è dolorosamente sopravvissuto, ha saputo trasmetterla in queste pagine a noi, eternamente sprovveduti occidentali, lasciando parlare i fatti e le fisionomie, come solo un poeta può fare.

Witold Gombrowicz – Schiavi delle tenebre

coverQuando Maja restava sola, quando il silenzio e l’abbandono del castello trasudavano da ogni fenditura, allora quell’intrico di eventi in cui si trovava coinvolta le sembrava disgustoso e funesto, minaccioso e orribile… Aveva paura del castello, del fidanzato, soprattutto di se stessa, della sua natura troppo audace, inquieta, avida di piacere. Le lugubri mura, perdute nel loro antico passato, sembravano sussurrare: Guai a chi con troppa leggerezza insegue una felicità effimera!” Maja, Marian e Enrico non sembrano rendersi conto – giovani, ambiziosi e amorali – di che cosa significhi oltrepassare la soglia di Myslocz dal cui dedalo di sotterranei, dalla cui fuga di sale vuote e polverose, dalle cui torri in rovina, si sprigionano forze diaboliche incontrollabili e misteriose.
Il male s’insinuerà impercettibilmente nei loro corpi e nelle loro menti, spingendoli agli atti più efferati, trascinandoli in abissi di orrore e turpitudine. Ectoplasmi malefici, eroine fatali,
maghi caritatevoli, nobilastri decaduti, madri in lacrime, principi folli, bastardi deviati, scienziati ingenui: non manca nulla alla fantastica alchimia che si elabora intorno alle mura maledette di Myslocz. A un virtuosismo frenetico si unisce una passione per il soggetto tale da innalzare quest’opera al rango di capolavoro della tetra galleria del romanzo nero. Il genio di Gombrowicz stravolge e trasfigura il dato tradizionale, sostituendo al mito di una feudalità che si pasce dei propri fantasmi la sua leggenda personale: giovinezza e immaturità, sdoppiamento, amore-odio, repulsione, possessione, erotismo e colpevolezza. Affascinante connubio tra mitologia gotica e una delle maggiori personalità
del romanzo contemporaneo europeo, Schiavi delle tenebre –  pubblicato a puntate nel 1939 su due quotidiani polacchi sotto lo pseudonimo di Z. Niewieski, interrotto dallo scoppio della guerra, ristampato a Parigi in lingua originale nel 1973 – ricorda nella sua truce grandezza la Brönte delle pagine più aspre di Cime tempestose e nella sua infaticabile e aerea fantasia i toni morbidi del Potocki di Il manoscritto trovato a Saragozza.

Consiglio a cura di Flextime.

Witold Gombrowicz – Cosmo

cover0001L’ultimo libro di Gombrowicz è quello dove la sua lucida follia si scatena con maggior violenza e ironia. In questa sua nuova “avventura” lo troviamo assieme a un bislacco amico in vacanza in una noiosa località di montagna. I due si improvvisano detective credendo di scorgere, negli anfratti della realtà, segni che riconducono tutti a una serie di “impiccagioni rituali”: di un uccello, di un bastoncino, di un gatto e di un triste individuo dalle scarpe gialle. E poi ci sono strane associazioni tra la bocca storta della cameriera dell’albergo e altre bocche, mani, macchie e crepe sui muri…

Witold Gombrowicz – Pornografia

coverIl romanzo narra di due amici, Federico e Witold, che si trovano a trascorrere delle vacanze forzate in una villa della campagna polacca, mentre nel resto del paese impazza la guerra. Annoiandosi a morte, i due iniziano a prender di mira due giovinetti (Carlo e Enrichetta) immaginandosi una inesistente tresca amorosa. Col passare del tempo i due “registi” costruiscono un castello di prove che inchioda i due giovani alle loro responsabilità, fino a un macabro finale che prelude alla tragica vicenda che sarà narrata, anni dopo, in “Cosmo”. L’ossessione del guardare e degli oggetti dà vita a un apologo filosofico che è, allo stesso tempo, una satira feroce dell’erotismo contemporaneo.

Witold Gombrowicz – Ferdydurke

cover0001Ferdydurke è una comicissima allegoria dell’infantilismo moderno: un trentenne si trova sbalzato indietro nel mondo dell’infanzia, in una ridicola classe scolastica. Cerca di ribellarsi ma scopre che essere di nuovo “immaturo” non gli dispiace affatto. La nostra società che anela a rimpicciolire gli adulti e a mutarli di nuovo in bambini è il bersaglio del feroce umorismo del grande scrittore polacco.

Witold Gombrowicz – Testamento

coverTestamento riprende il testo di Conversazioni con Dominique de Roux,editore e scrittore francese (1935-1977) pubblicato nel 1968, un anno primadella morte di Witold Gombrowicz. Il titolo, ripreso da quello dell’edizioneinglese di Conversazioni, risponde perfettamente al contenuto reale dellibro. In più, rispetto a quella prima edizione, Testamento comprende undossier di corrispondenza inedita con Dominique de Roux. Per la prima volta,Gombrowicz spiega i suoi itinerari creativi, svela le radici polacche della suaopera, si interroga sui fantasmi che l’attraversano e sulla ricerca dellaforma, una delle tematiche costanti nel suo percorso letterario. La morte diGombrowicz ha trasformato quest’opera in un vero e proprio testamentofilosofico ed estetico che contiene una potente chiave di lettura per entrarenel suo mondo, per comprenderne la genealogia, per decrittare gli arcani, perreperire gli archetipi. Si colgono, quindi, le esitazioni dell’autore su certiargomenti, le sue incertezze su come rispondere alle questioni poste. “Perla nostra conoscenza di Gombrowicz,” scrive Claude Bonnefoy, “il giocotra conversazioni e lettere è fondamentale. Leggiamo un libro e, nello stessotempo, la sua storia. E questa doppia lettura è anche quella di un’opera dicui questo libro è l’ultimo anello della catena.”