Aleksandr Solzenicyn – Padiglione cancro

Padiglione cancro - Aleksandr Solzenicyn

Il romanzo provocò nel 1967 la irrimediabile frattura tra lo scrittore e le autorità sovietiche. Nel reparto oncologico dell’ospedale di una città dell’Asia centrale si incontrano, senza riuscire a entrare in comunicazione, donne e uomini che hanno alle spalle esistenze diverse. L’incombere della malattia e della morte li costringe a fare il bilancio della propria vita, ma anche a confrontarsi con la spada di Damocle del fato. Il valore dei singoli si misurerà sulla base della loro capacità di far tesoro dell’esperienza della vita e della sofferenza e di riuscire a trasferire nel mondo esterno le riflessioni avviate in quella corsia d’ospedale.

consiglio a cura di Athanasius

Mikhail Shishkin – La presa di Izmail

presa di Izmail, La - Mikhail ShishkinSu un treno che viaggia attraverso la Russia, tre divinità slave ricordano la creazione del mondo. con loro viaggia un magistrato, narratore instancabile e mutevole, che inizia una triste litania di stupri, aborti e crudeltà di ogni tipo, di cui la natura umana è capace. Si varcano i confini del tempo, le voci si sovrappongono e ne esce la storia di una §Russia polifonica e vitale in un XX secolo che, se non ha risparmiato gli individui, non ha potuto annientare l’intelligenza e le passioni.

Consiglio a cura di Athanasius

Osip Mandel’stam – Il rumore del tempo

Il rumore del tempo

La prosa di Mandel’štam – rapsodica, discontinua, metaforica sino all’estremo – è uno fra gli esempi più alti di quella prosa assoluta che ha contrassegnato la letteratura novecentesca (un caso parallelo e diversissimo fu quello di Gottfried Benn). Mandel’štam procede per associazioni e divaricazioni fulminee, non meno audaci di quelle che si incontrano nella sua poesia. Così affiorano schegge di memoria e di visioni: una infanzia e giovinezza pietroburghesi di fine secolo, il clima (anche sonoro) di quegli ultimi anni prima della rivoluzione, paesaggi abbaglianti, ritratti incisi su pietre dure. Di pochi altri libri come di questo si può dire, a buon diritto, che vivono e sprigionano luce per la pura forza della parola.

Andrej Platonov – Cevengur

Cevengur

Una città dimenticata da Dio nel cuore della steppa, abitata da uomini inselvatichiti dalla miseria. Ma anche in questo luogo è passata la rivoluzione e ha lasciato sogni e sentimenti sulla nuova società da costruire. Il romanzo di Platonov è la cronaca emozionante, ora tragica, ora comica, di questo momento magico, quando gli ultimi del mondo sembrano diventare i protagonisti della Storia. Gli esiti della rifondazione utopica sono paradossali, bislacchi, votati al disastro, che puntualmente arriverà, ma i personaggi restano nella memoria del lettore con tutto il loro carico di umanità. Uno dei più grandi capolavori della letteratura russa del Novecento, scritto nella seconda metà degli anni Venti ma pubblicato in Russia solo nel 1988, in una nuova edizione integrale accuratamente tradotta.

Vladimir Zazubrin – La scheggia

La scheggia

Questo lungo racconto è una «scheggia» sanguinosa del terrore rosso in Siberia, ai tempi di Lenin. Scritto nel 1923, è apparso in Russia solo nel 1989, sulla stessa rivista («Luci della Siberia») che più di sessant’anni fa lo aveva rifiutato. E si capisce perché: con impressionante vigore narrativo Zazubrin «accumula una quantità di orrori assolutamente inconcepibile su una così piccola tela», come riconobbe subito Pravduchin nella sua prefazione-fantasma a La scheggia, che rimase anch’essa inedita. Ma il punto decisivo è che l’orrore viene qui raccontato dalla parte di chi lo commette, un cekista che da taglialegna teme di poter diventare egli stesso una delle schegge che inevitabilmente «saltano quando si abbatte il bosco», come dice un sinistro proverbio russo. La narrazione è una sequenza di atrocità in nome di «Lei» («Lei» è la rivoluzione), che poi si trasforma in una ridda di incubi, deliri, ebbre riflessioni nella mente del protagonista, ormai incapace di sostenere il suo ruolo di carnefice. La potenza del racconto, che ricorda Babel’, e l’unicità della testimonianza fanno di questo breve libro una delle più memorabili scoperte fra i molti testi disseppelliti in questi anni in Russia.

Andrej Belyj – Pietroburgo

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Pietroburgo, 1905. La città è sconvolta dalla tempesta sociale, si moltiplicano i comizi, gli scioperi, gli attentati. Il giovane Nikolaj Apollonovič, che si è incautamente legato a un gruppo rivoluzionario, entra in contatto con Dudkin, nevrotico terrorista nietzscheano, il quale gli affida una minuscola bomba. E il provocatore Lippančenko, doppiogiochista al servizio della polizia zarista e al contempo dei rivoluzionari, gli rivela qual è il suo compito: dovrà far saltare in aria il senatore Apollon Apollonovič, abietto campione dell’assurdità burocratica. Suo padre. È intorno a questo rovente nucleo narrativo che si snodano le vicende surreali e grottesche di Pietroburgo, unanimemente considerato il capolavoro romanzesco del simbolismo russo. Dove la vera protagonista è tuttavia la «Palmira del Nord»: una Pietroburgo maestosa e geome­trica solo all’apparenza, edificata su un labile terreno palustre i cui miasmi sgretolano le possenti architetture, le cui brume sfaldano e decompongono ogni comparsa che striscia lungo i vicoli fiocamente illuminati, tra bettole ammuffite e palazzi scrostati. I sommovimenti di inizio secolo, preludio di future tragedie, l’ululato del vento che si incanala lungo le gole del libro, il demoniaco colore giallo dei comizi gremiti di una folla in trance: ogni cosa è in preda a una malefica possessione, che Belyj filtra attraverso la lanterna magica delle immagini. Quello che Pietroburgo adombra è un gioco cerebrale che, pur dialogando con il presente, discende dalla contaminazione della grande letteratura ottocentesca – Puškin, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj –, tappe di quel lungo parricidio in cui per Belyj consiste la storia dell’intelli­gencija russa. Non stupisce dunque che Vladimir Nabokov lo collocasse tra i più grandi romanzieri del Novecento insieme a Kafka, Joyce e Proust.

Andrej Belyj – Il colore della parola

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I saggi qui raccolti, tratti da Simvolism, Arabeski e Lug zelenyj sono le riflessioni di Belyj lungo l’arco del primo decennio del secolo. Sono scritti che rispondono alla geniale caoticità che è la forma stessa del pensiero di Belyj, alla sua ossessione che lo rende quanto mai attuale: il conflitto tra ordine e caos, in cui risiede in ultima istanza la lotta per il futuro.

Consiglio offerto da Flextime