August Strindberg – Gli abitanti di Hemso

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Una natura sconfinata e placida; fiordi che si insinuano in coste verdi e scoscese tempestati di minuscoli pezzetti di terra che affiorano dall’acqua ad incantare l’occhio. Era il paesaggio appena fuori Stoccolma,che affascinò Strindberg, il più grande drammaturgo e romanziere scandinavo. E a quella natura un po’ melanconica egli legò i suoi racconti più belli, abitati da personaggi reali che rappresentavano un naturalismo puro, privo di orpelli, che mostrava ogni particolare. E come pièce pensate per il palcoscenico, i suoi racconti antiborghesi parlavano di condizioni sociali attraverso visioni oniriche e trovate immaginifiche che anticipavano già quella “lanterna magica” che sarebbe stata il cinema

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Hjalmar Söderberg – Il dottor Glas

Il dottor Glas

Pubblicato nel 1905 dopo un travaglio creativo durato due anni, questo breve romanzo-diario suscitò dapprima scandalo fra i benpensanti e nel mondo letterario, per essere poi riconosciuto come un classico della letteratura svedese moderna. Giorno dopo giorno il giovane medico Tyko Gabriel Glas annota i suoi pensieri segreti, le sue inconfessabili opinioni a proposito di temi sconvenienti quali la violenza sessuale, l’aborto, l’eutanasia, ma anche le conversazioni e le passeggiate nelle chiare sere d’estate che fanno della sua città, Stoccolma, un luogo intenso e magico. Un’affascinante signora in cerca di aiuto e un odioso, ipocrita sacerdote vengono a turbare la sua vita e a trasformare il diario in un romanzo giallo teso e avvincente, in cui nessun detective comparirà a riportare ordine e a vendicare la legge offesa. Con l’essenzialità e l’equilibrio di un maestro di stile, Söderberg traccia il quadro di un’epoca di smarrimento, alla ricerca di norme di condotta fondate sulla ragione e capaci di sconfiggere l’ansia che incute un cielo spopolato di dèi.

Hjalmar Söderberg – Il disegno a inchiostro

Il disegno a inchiostro

Scrittura asciuttissima, brevi pennellate che costruiscono una scena in poche righe, un umorismo affilato anche nel dolore e nel dramma. Funambolici, turbinosi virtuosismi in forma breve, questi racconti confermano Sderberg come uno dei più raffinati cultori della short fiction. Fa balenare un messaggio, suggerisce una risposta e poi si ritira, per lasciare che sia il lettore a concluderla, prima di aprire a nuove interpretazioni con un guizzo inaspettato. Eterogenee per forma e contenuto – onirico, novellistico, satirico – le sue storie indagano l’assurdità dell’affannarsi degli uomini alla ricerca di un senso nelle loro giornate. Ogni racconto è come una rasoiata, giri pagina e t’innamori della tabaccaia, giri pagina e ripensi ai tuoi amici d’infanzia, rifletti sulla vita e forse sorridi.

August Strindberg – Inferno Leggende Giacobbe lotta

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La presente edizione offre invece al lettore italiano, per la prima volta, Inferno nella sua integrità, e cioè come trilogia composta da Inferno I, Leggende e Giacobbe lotta.
Che cos’è l’Inferno di Strindberg? È, in primo luogo, quello che Swedenborg aveva descritto minutamente in tante sue opere e che ora Strindberg riconosce in ogni particolare attorno a sé, per le vie del Quartier Latin, come una lugubre messa in scena finalmente svelata. Ma non è solo questo: attore principale in una portentosa macchinazione, di cui resta sempre incerto chi sia l’autore, Strindberg ci appare qui al tempo stesso come l’alchimista delirante che in squallide stanze d’albergo trasforma il piombo in oro; come l’uomo dello ‘scetticismo illuminato’, che ha superato ogni illusione; come un lucidissimo ossesso per il quale ogni fatto è condannato a diventare segno; come il primo scrittore moderno che fa confluire fisiologia, psicologia e parapsicologia; come l’aruspice per cui ogni coincidenza è una ‘corrispondenza’. Queste contraddizioni si manifestano in una febbrile pulsazione della scrittura, in un continuo oscillare di intensità, che coinvolge il lettore con una violenza nuova alla letteratura. Questa violenza, di fatto, non è mai univoca: si viene a ogni passo sballottati fra il dramma cosmico e la farsa atrocemente buffa, tale è la sbalorditiva rapidità di Strindberg nel cambiare toni e registri, nel mescolare soprannaturale e quotidiano, nell’inoculare dubbi sull’esistenza di entrambi, nello strappare il riconoscimento dei loro sovrani poteri, nell’abbandonarsi al ‘demone dell’analogia’ senza mai giungere a un punto fermo. Oggi, come quando fu scritto, sul limitare di un secolo che vorrebbe essere blasé, il ‘romanzo occulto’ di Strindberg agisce come choc fulmineo, aprendo così la strada al lettore per penetrare nei suoi misteri comici, atroci, divini e demoniaci, e scoprire le tante rispondenze fra le sue tre parti, a trovare le quali molto aiuterà il lungo saggio di Luciano Codignola che accompagna questa edizione.

August Strindberg – Le sale gotiche

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Le Sale Gotiche è il nome di un locale di Stoccolma, quello stesso, radicalmente ristrutturato, che in precedenza era denominato La Sala Rossa e nel quale era ambientato l’omonimo romanzo sociale e satirico scritto da Strindberg venticinque anni prima. La stessa ambientazione – ammodernata – è il palco su cui si muovono gli stessi personaggi, quantomeno a quelli sopravvissuti. I protagonisti sono i fratelli Borg, un tempo progressisti e attivi nelle battaglie per il rinnovamento, ma che ora sentono una forte insofferenza nei confronti del materialismo e del positivismo imperante. Inizia in questo modo una sorta di “come eravamo” che coinvolge in uno spietato raffronto persone e situazioni sociali e politiche.

August Strindberg – L’arringa di un pazzo

L'arringa di un pazzo

Due libri, nella seconda metà dell’Ottocento, hanno scoperchiato la pentola dei rapporti sessuali e sentimentali con una immediatezza inaudita: “La sonata a Kreutzer” di Tolstoj e “L’arringa di un pazzo” di Strindberg, cronaca surriscaldata, irta, lacerante dell’attrazione-repulsione fra un uomo, Strindberg stesso, e sua moglie Siri von Essen. È l’autore, del resto, ad affermare «Questo è un libro atroce» sin dalla prima riga della sua Prefazione, che concluderà chiedendo al lettore di essere lui a emettere la sentenza, una volta che avrà acquisito una esatta «conoscenza dei fatti» – quella che gli sarà fornita dalle pagine che seguiranno: una fervida arringa, appunto, che è insieme feroce atto di accusa e veemente autodifesa. I «fatti» esposti sono una esaltata passione amorosa, prima, e un inferno matrimoniale, poi, indagati e ricostruiti con ossessiva precisione, e con furibonda impudicizia. Questo libro, in cui il rapporto fra i sessi viene narrato e anatomizzato come una lotta a morte per la sopraffazione – e la cui prima edizione a stampa, per quanto edulcorata e smussata dal traduttore tedesco, subì un processo per oscenità –, non ha perso un grammo del suo carattere estremo, urtante, angosciosamente veritiero.

August Strindberg – L’Olandese

L'Olandese

Dopo sette anni di navigazione senza meta su sconfi­nati “deserti d’acqua”, un nuovo naufragio riporta l’Olandese a terra. Perseguitato dalla condanna di un eterno errare per aver sfidato le Potenze, per aver voluto essere “più che uomo” nella sua ribellione al fato, torna fra gli uomini a cercare il riscatto nell’a­more di una donna fedele. Ma ben lontano dalla wagneriana esaltazione romantica della passione redentrice è quest’Olandese in cui Strindberg, irre­quieto mitizzatore di se stesso, proietta la propria ansia di riscatto. Amaro e disilluso, per sei volte fuggito spergiuro dalle sofferenze dei tradimenti su­biti, non è più pronto a “rinnovare questa buffonata dal finale tanto penoso”. Sa che solo un abbaglio può restituirgli “le illusioni e con esse il gusto della vita”. Eppure basta l’apparizione di Lilith per riaccendere in lui la speranza, il desiderio, la “somma follia” dell’amore. In lei, “immagine del Grande Cosmo”, riflesso “del Creatore nella sua creazione”, può tro­vare l’angelo della salvezza. E invece ripetitiva, senza scampo, eros ricompie la sua opera, non la sublima­zione delle contraddizioni umane nell’amore, ma il reciproco annientamento, l’irriducibile lotta fra uo­mo e donna, presi nel laccio dell’amore-odio, prigio­nieri dell’inganno di cercare nell’istante che fugge, in quell’“adesso” che “non è che irrealtà”, la compiu­tezza della felicità. Ancora una volta abbandonato, l’Olandese riparte, “desioso del mare”; ma è nel ricordo che lo strazio vissuto acquista significato, nel­la nuova consapevolezza che è nel dolore stesso la via dell’espiazione.