Emmanuel Carrère – Propizio è avere dove recarsi

«Propizio è avere ove recarsi» è una delle risposte che dà “I Ching” a chi lo interroga. E così, più di una volta nella sua vita, Emmanuel Carrère è partito per recarsi in qualche luogo. Si è lanciato sulle tracce di Dracula in Romania dopo la caduta di Ceauşescu; ha trascorso quattro giorni a Davos durante un Forum economico; è andato negli Stati Uniti a cercare il fantomatico Dice Man (l’uomo che sosteneva di aver preso tutte le decisioni della sua vita lanciando i dadi). In questo volume ha riunito gli articoli che ne ha tratto – ma non solo: ci sono resoconti di processi clamorosi, cronache erotiche, un incontro con Catherine Deneuve, la vita di Alan Turing, prefazioni a libri molto amati, progetti di film.
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Henry Roth – Chiamalo sonno

Il «caso Henry Roth» è forse unico nella letteratura del Novecento. Nel 1934 Chiamalo sonno, opera prima di uno sconosciuto newyorkese di 28 anni, fu salutato dalla critica come un capolavoro. Poi l’oblio. Roth si ritirò nel Maine ad allevare anatre, e per decenni il suo silenzio è stato interrotto solo da qualche raro racconto. Nel 1960 alcuni critici influenti promossero la ristampa del suo romanzo e rapidamente, nel giro di pochissimi anni, Chiamalo sonno ha superato i 2 milioni di copie e oggi è unanimemente considerato un classico, uno dei massimi risultati della letteratura del secolo, non solo statunitense.
Si può leggere Chiamalo sonno come un romanzo di formazione e come un romanzo sociale, come descrizione della New York degli inizi del Novecento e come studio di rapporti familiari filtrati da una sensitiva coscienza infantile, come «romanzo ebraico» e come metafora del rapporto di trasformazione dell’europeo in America.

Tove Reich – Il mio olocausto

« Il mio Olocausto è una feroce opera di attento genio satirico. Uno dei romanzi sociali e politici piú penetranti, accanto al quale La fattoria degli animali appare come un semplice piagnucolio». Cynthia Ozick *** Maurice e Norman Messer, padre e figlio e soci in affari, riconoscono un buon prodotto quando ne vedono uno. Questa volta il prodotto in questione è l’Olocausto: e Maurice, un sopravvissuto ai campi con una storia personale confezionata ad hoc, e Norman, una vittima «per delega» in qualità di membro della cosiddetta seconda generazione, decidono entusiasticamente di imporlo sul mercato. Intravisto il profitto dello Shoah business i Messer usano l’eredità dei 6 milioni di morti per indurre il senso di colpa e spillare denaro. Per convincere gli eventuali mecenati organizzano cosí dei tour in un Auschwitz mercificato dato in pasto a comitive di ragazzini che si rincorrono tra le macerie dei crematori e buddhisti che sbarcano il lunario dando consulenze sui chakra. Una satira cinica, allegra e scandalosa contro lo sfruttamento dell’Olocausto, e il gran circo del vittimismo autoconsolatorio attorno alla memoria di una grande tragedia.

Fabrizia Ramondino – L’isola riflessa

Ventotene è forse la piú speciale tra le isole d’Italia: terra di turismo e di confino, culla d’Europa, luce aperta verso l’orizzonte e sguardo chiuso sul panopticon del carcere di Santo Stefano. Ventotene è stato anche l’approdo di una grande scrittrice che aveva perso la strada. Rileggere oggi questo libro, a vent’anni dalla sua prima edizione, sorprende per la vivezza della forma e per l’intensità della voce.

Elena Lappin – In che lingua sogno?

Una qualunque domenica di febbraio del 2002 Elena Lappin sta cenando nel suo appartamento londinese con il marito e i tre figli. Ha da poco pubblicato il primo romanzo e tutte le lingue e i luoghi che si agitano dentro di lei sembrano finalmente aver trovato casa. Ma «la vita scrive storie che i romanzieri spesso cercano di imitare» e quella calma apparente è stravolta dalla piú inaspettata delle telefonate. La voce di un uomo dal forte accento russo le rivela che quel che credeva di sapere delle sue origini è falso. Ed Elena, nata a Mosca, cresciuta a Praga e Amburgo, vissuta fra Israele, Canada, Stati Uniti e Londra, deve ripercorrere ogni tappa delle sue migrazioni, sfogliare ogni strato della sua ricca identità linguistica, per ritrovarsi.

Clarice Lispector – Acqua viva

«Da un mistero è venuta, verso un altro è partita. / Restiamo ignari dell’essenza del mistero» scrive Drummond de Andrade di Clarice Lispector. Ed è proprio in un misterioso universo personale – un universo labirintico e lacerato – che il lettore viene come risucchiato dalla voce, visceralmente femminile, che in queste pagine tenta di dire l’indicibile, di entrare in contatto «con l’invisibile nucleo della realtà». Attraverso uno sregolato, impetuoso flusso di coscienza la Lispector ci fa percepire, in modo quasi fisico, impressioni e visioni di travolgente intensità, usando una lingua che sembra inventare continuamente se stessa, il cui fascino risiede nella sua stranezza e le cui ferite sono il suo punto di forza. Testo estremo di un’artista estrema, “Acqua viva” costituisce il raggiungimento della maturità della sua autrice: un assolo ammaliante, in cui tornano i temi ricorrenti in gran parte dell’opera della Lispector – la natura e i suoi sfaccettati simbolismi, lo specchio e la rifrazione obliqua, il male e la morte, l’incomunicabilità fra amanti – spinti all’incandescenza, senza che mai, ai suoi incantesimi, ci sia dato sottrarci.

Willa Cather – Il mio mortale nemico

Nessuno può sottrarsi allo charme di Myra Henshawe: né gli amici artisti, cui riserva una conversazione dove vibra «una lingua speciale» e un’incorreggibile prodigalità, né gli «amici ricconi», che subiscono rassegnati il suo sarcasmo fulmineo. Adorabile e imperiosa, Myra sembra avere proprio tutto. Anche un marito devoto, il quale non può scordare che Myra, per sposarlo, ha rinunciato a un’immensa fortuna. Ma crepe sottili, simili alle incrinature di un vaso prezioso, percorrono la superficie di questa perfezione. Solo l’occhio incantato e perspicace di una ragazzina, Nellie, riesce a scorgerle: ed è come se nella casa degli Henshawe, dove regnano spensieratezza e buone maniere e ogni cosa appare unica e irripetibile, penetrasse uno spiffero gelido, suscitando un misterioso terrore. Dieci anni più tardi, incontrando di nuovo Myra e il marito, Nellie capirà che quella coppia perfetta era un esempio di legame fondato sull’odio non meno che sulla passione, giacché «si può essere nemici e amarsi allo stesso tempo».